Iran
Peccato che il mio viaggio in Iran sia finito.
Peccato averlo iniziato con tanti pregiudizi da sfatare, questo viaggio in Iran. Un lavoro immane che mi porta ora a rivedere parecchie delle mie posizioni. La dicotomia tra ortodossia clericale e rivoluzioni atte ad allontanarsene è da rivedersi. A mio giudizio. Balla troppo nel mezzo. Tra una fede accanita messa in vetrina e urlata al mausoleo di Komeini e feste cariche di cocaina e vodka nei quartieri nord di Tehran, c’è in mezzo il paese. Scoprirne alcune sfaccettature è stato emozionante. Perché se è vero che si viaggia per vedere luoghi, quello che poi resta sono le parole che ne fanno da sfondo, gli incontri, i piccoli gesti quotidiani del versare un caffè, del tenere aperta una porta.
Terra di ariani.
Iran, terra di ariani. Non di genti arabe con cui condividono un alfabeto e poco altro. Iraniani gente di grande pazienza e forse rassegnazione. Spiriti solo apparentemente sopiti. Spiriti all’erta pronti a scattare. Genti fortemente legate alla tradizione di famiglia e ordine, più che agli estremismi. Gente che ha voglia di divertirsi, sempre ed in ogni momento. Salvo poi pregare sulla tomba di poeti che di ortodosso poco lasciano trasparire dai versi. Qui sta l’animo iraniano: un tira e molla tra ciò che fa stare bene e ciò che è socialmente considerato bene. Un amare profondamente un padre e sfuggirne di tanto in tanto i dettami. Sacro sempre accompagnato al profano. Mullah e ragazzine che sotto l’hijab nascondono scarpe con tacchi vertiginosi. Occhi truccatissimi. L’unico mezzo con cui si seduce per strada il mondo.
Un senso di vertigine mi afferra lungo la discesa ripida, che mi incunea agli inizi della loro storia. Medi, Parti, Achemenidi.
Un viaggio in Iran è un viaggio tra storie che si mischiano.
Storie che si mischiano con un Alessandro Magno in partenza dalla Macedonia e che arriva fino a qui attorno al 300 a.C. Arriva e distrugge tutto. Risparmia solo la tomba di Ciro il Grande, il capostipite degli Achemenidi. Leggenda narra che a fare piegare il capo al macedone sia stata una frase incisa all’ingresso della soglia funebre. Ciro chiedeva rispetto per sé, che aveva dato un impero ai persiani. Il macedone riconobbe una regalità e proseguì il suo cammino verso l’Asia Centrale. Peccato non abbia avuto la gentilezza di fare altrettanto con Persepolis, il palazzo-città costruito da Dario, successore di Ciro, per festeggiare il No-ruz, capodanno zoroastriano. Dario se ne sta tranquillo sul suo trono perfettamente scolpito nei bassorilievi. Aspetta schiere di rappresentanti di svariati paesi che nel 300 a.C dipendono dal suo impero. I visitatori, durante un viaggio in Iran, si mettono in fila: chi ha i capelli riccioluti della Nubia, chi incede con il cappello a punta degli Assiri, chi porta cammelli, chi trascina bauletti, chi vasellame. Sono tutti in fila scolpiti nella roccia. Procedono verso il trono mano nella mano, uomini liberi fra uomini liberi. Potenziali amici.
Un’immagine di pace.
Un’immagine di pace che non ho mai trovato intarsiata su pietre risalenti a 2000 anni fa. Una storia, questa, che il nostro macedone non ha rispettato.
Ritrovo la bellezza nei versi di un poeta sulla cui tomba sostiamo a Shiraz sul calar della sera. Si chiama Hafez. Tanti ragazzi affollano il sito e fanno foto. Ridacchiano fra di loro ma poi si soffermano, come Alessandro Magno un tempo, di fronte alle parole. La poesia riportata sulla lapide parla di passioni terrene che sfumano in amore verso il divino. Una danza ambigua e voluttuosa che, fatalmente, conduce a un’unità finale. Mi emoziono. Le parole me lo fanno sempre. Quelle di Ciro, rispettate dal condottiero macedone, quelle di Hafez, ancora tanto amate dal popolo.
Parole che mi rincorrono nella testa mentre cammino nei vicoli ocra di Yazd. Incastonata nel pieno centro del paese la cittadina rappresenta la pura essenza dell’anima persiana. Sintetizzo il credo in tre assunti “pensa bene, parla bene, agisci bene”.
Che altro aggiungere?
Che altro resta da aggiungere? I giovani iraniani in uno slancio nazionalista alla ricerca delle radici più profonde della propria storia portano al collo ciondoli con riprodotta la figura del fondatore dello zoroastrismo, Aura Mazda. E’ un vecchietto con la barba lunga, piazzato in mezzo a due ali. Il regime tollera questi simboli. Di certo non li incoraggia.
Dalla terra cruda di Yazd mi ritrovo circondata da maioliche verdi e blu in una piazza enorme. Aiuole e fontane. Cupole e minareti lungo tutto il perimetro cesellato da archi sotto cui brulica il mercato.
Le mille e una notte.
Benvenuti a Isfahan, l’altra metà del mondo. Fu Abbas I a definirla tale, in piena epoca Safavide. Se cercate un’ambientazione in cui muovere i personaggi delle vostre Mille e una notte questa città è lo scenario perfetto. Qui qualunque scena di amore o di guerra, di passione o crudeltà, di delirio islamico o mistica poetica troverebbe l’atmosfera adatta. Gli interni delle moschee sono indescrivibili. Si nuota in un mare di blu e verde che stempera a partire dalla base della cupola in ocra dorato. Il canto religioso di un mullah si arrampica a spirale tra giochi di luci ed ombre. Il gioco ipnotico irretisce. Poi si esce alla luce del sole, alla vita, al vociare dei bimbi nel mercato. Ma se dentro erano gli occhi e le orecchie a essere stracolmi, qui lo sono le narici: zafferano, acqua di rose, spezie varie. In piccole vetrine sono esposte scatoline in osso di cammello. Dietro al banco, quasi a voler scomparire, artigiani chini su pennellini e colori. Miniaturisti. Eleganti linee sottili che parlano di tratte carovaniere e di saggi vegliardi. Raccontano fiabe e delineano deserti. Danno vita a ragazze velate con occhi di brace su tappeti color carminio. La lente di ingrandimento ne fa emergere i tratti. Noto la perfezione di un profilo e la nitidezza di un dettaglio. In sottofondo il battere cadenzato degli scalpelli sul rame, donne velate che contrattano dentro negozi di biancheria intima seducente, uomini con le gambe accavallate seduti su piccoli sgabelli, che fumano, appoggiati a metri di stoffe, pipe e narghilè.
Siamo alla fine di questo viaggio in Iran.
Ripenso al deserto del Lut. Ero preparata ad architetture e siti archeologici. Mi aspettavo moschee e mercati, giardini e palazzi. Ciò che non mi aspettavo era tanta meraviglia naturale. Un deserto splendido che nulla ha da invidiare a quelli più blasonati su cataloghi di Tour Operator dei cui nomi si riempiono la bocca backpackers e le cui vie sono ormai battute da anni di tradizioni turistiche. Questo deserto è sorpresa nella sorpresa.
E così mentre salgo la scaletta del volo di rientro ho nelle orecchie l’eco di risate: colonna sonora di questo mio viaggio. Ho sul palato il gusto dolce di gelati allo zafferano e acqua di rose. Mi siedo ancora a gambe incrociate a un tavolino basso per mangiare carne di agnello e riso. La voce del ragazzo che ha cantato dentro la ghiacciaia si dilata ancora nello stomaco: battito del cuore dilatato che rimbomba dentro. Quella della foto sono io che sfamo un cane alla stazione di benzina. Io che sorrido ai bimbi che mi disegnano fiori con l’hennè sul braccio. Io che cerco di infilarmi dentro un lenzuolo a fiori per entrare al Mausoleo di Khomeini. Sorrido e penso sia strano avere già voglia di tornare quando ancora non me ne sono andata.
Ho viaggiato con voi in Iran e condivido i pensieri e le impressioni di Carol, Un paese affascinante anche se percorso da moltissime contraddizioni
Vero. Contraddizioni tantissime. Anche da queste deriva il fascino del paese. Giusto?
L’aggettivo adatto al tuo racconto di viaggio è senza dubbio emozionante.Brava hai sollecitato la curiosità e l’interesse per i viaggi in genere e l’iRAN in particolare. Un abbraccio e un affettuoso augurio per il nuovo anno ricco di soddisfazioni
Ricambio di cuore. Felice di poter fare, per ora, viaggiare tutti voi che mi leggete con la fantasia. In fondo, il viaggio, è fatto anche di quello!
Penso che mi ci hai voluto mandare quasi a forza, dicendomi “non ti racconto nulla, ti sorprenderà, vai e basta”, con quel tuo solito modo brusco che hai quando sono incerta e non so dove andare ancora – nel mondo – a curiosare.
Penso a quanto questo Paese mi ha sorpresa, stupida, incantata.
E quanto tu avevi ragione. Sempre grata di avermici mandata ….
Non ricordo di aver mai dovuto “forzarti” troppo nel salire su un aereo. Destinazione: qualsiasi purchè si parta! amica bella!
Muoio dalla voglia di andarci in Iran; la storia, l’architettura, i luoghi mi affascinano,ma non andrò fino a quando non mi sarà concesso di andarci senza le prescrizioni dottrinali relative al “mio” abbigliamento. Non è un puntiglio è questione di libertà conquistata faticosamente nel nostro occidente che comunque alle donne non ha mai regalato niente. In attesa di tempi migliori, ciao.
Cara Filomena, se si aspetta che il mondo diventi come lo vogliamo noi….non ci si muove più. Piuttosto credo sia importante andarci e dare, alla popolazione, messaggi di comprensione e amicizia. E aggiungo che andandoci si sfatano tanti luoghi comuni che qui in Europa crescono a dismisura senza un reale riscontro! Un abbraccio Carol
a quando il viaggio online?