Il deserto

Deserto e sabbia

Che ci sarà mai da vedere oltre la sabbia?

Solita domanda che ti pone chi un viaggio nel deserto, in quello vero, non lo ha mai fatto.
Difficile dare una risposta che coniughi appieno il senso di pienezza che mi prende in questo vuoto terrestre. Complicato spiegare il respiro che si mozza quando alzo il naso verso la stellata che incombe sopra di me la notte. Non facile descrivere l’attesa che mi spinge di duna in duna ad arrivare più lontano dirigendomi verso un orizzonte che a sua volta mi fugge e mi ammicca. Un linea netta che perseguita e ossessiona. Difficile spiegare come il silenzio riesca ad abbracciarmi in una morsa assordante riempiendo orecchie poi anima e cervello.
Sabbia cangiante con la latitudine e le ore del giorno. Color talco e poi ocra. A tratti rossa. La sera mi pare addirittura viola. Dune pettinate dal vento che le accarezza spolverandone le superfici e cambiandone le forme in maniera impercettibile ma ineludibile. Qualche cammello nero allo stato brado vaga a valle e ci si domanda come viva senza acqua e con solo poche foglioline secche attaccate ad arbusti superstiti.

Viaggio nel deserto, viaggio nel grande vuoto, pieno di vita.

Ma la mattina fuori dalla tenda sulla sabbia vedo tante piccole orme. Mi sento sollevata e poi inquieta. Sollevata perché c’è vita in questo grande vuoto. Inquieta perché immagino il piccolo corpo di una creatura terrestre dispersa in mezzo a questo nulla sotto un cielo pesante e infinito. Osservo più da vicino. Sono orme di topolini dagli occhi grandi: i gerbilli. Orme di locuste e scarabei. Scie di piccoli serpentelli. Tracce di minuscole zampette, forse di ragno.
Io vado nel deserto a vedere il sole che spunta sale e poi ridiscende. Per ricordarmi del tempo che corre senza badare a me, alle mie miserie o gioie. Con la sabbia che scivola tra le dita, se ne va la vita. La mia vita. Le mie ore. I momenti che mi sono concessi qui.
Il cielo è bianco latte al mattino. Si tinge di un blu profondo di giorno e verso sera arrossisce. Prima di spegnersi si fa di brace. Torna il nero della notte. Assoluto. Dopo poco mille glaciali stelle lo punteggiano. C’è una speranza. Ce ne sono mille.

Il diaframma si espande. Il respiro si normalizza.

Ti corichi e guardi. La mente per forza di cose si incaglia nelle grandi domande. Mi sento come il pastore dell’Asia di Leopardi. Non trovo risposte. Ovviamente. Ma tutto rallenta. Il diaframma si espande. Il respiro si normalizza. La civiltà è lontana e mi sembra, in un momento di grazia fugace, di avere capito delle cose. Il mio viaggio nel deserto è un viaggio nel quale non trovo risposte, o trovo tutte le risposte.