Uzbekistan

Salam.
Il mio viaggio in Uzbekistan inizia con un atterraggio più brusco del previsto.
Apro gli occhi, mi volto e mi ritrovo di fronte una costruzione più simile all’entrata di un lussuoso hotel 5 stelle che al terminal di un aeroporto.
Mai visto un aeroporto del genere.
Salam.
Ecco Sean, la guida. Si parte! Inizia il mio viaggio in Uzbekistan.
Un breve trasferimento ci porta da Urgench a Khiva, la nostra prima meta.
Piccola città fortificata e importante tappa lungo l’antica via della seta. 2 kmq di cittadella che racchiudono circa 60 monumenti storici tra moschee, corti e madrasse. Un labirinto di stradine stracolme di giovani ed eleganti donne che passeggiano riparate da un ombrellino, bancarelle ricche di manufatti in legno, cappelli locali, dipinti ad acquerelli e tessuti colorati. Il tutto sormontato da immense cupole azzurre che riflettono la luce di un sole tanto caldo quanto accecante.
Khiva.
Finalmente un po’ di meritato riposo e poi, subito dopo cena, di corsa alla cittadella per passeggiare con il fresco della sera tra i suoi vicoli silenziosi. Ogni cosa, illuminata dalla luna e dalle luminarie serali, acquisisce più fascino. Khiva non fa eccezione.
Eccoci di nuovo in marcia: Bukhara.
Tra i mausolei della città ne spicca uno trasformato in museo. Alle pareti immagini più o meno antiche raccontato di una delle più grandi catastrofi mondiali del nostro tempo: il Lago Aral. Nel 1957 quasi 70.000 kmq. Nel 2017 poco più di 8.000. L’amico Stalin si è divertito da queste parti intensificando le piantagioni di cotone che, richiedendo quantità inquantificabili di acqua per l’irrigazione, alla pari del riso, hanno letteralmente prosciugato il lago. Un disastro ambientale senza precedenti.
Proseguiamo e senza accorgercene siamo catapultati tra i vicoli della città. Bambini rincorrono farfalle, giocano a nascondino e senza fatica sventolano esili manine al ritmo di CIAAAAOOO.. HEEELLOOOOO!
Loro sanno sempre come ridare senso ad ogni cosa. Alla povera coscienza umana. Al poco amore che i grandi dedicano a quanto di più prezioso hanno.
Quando da piccola cantavo Vecchioni con papà.
La cena questa sera è servita su una terrazza alle spalle della città fortificata. All’orizzonte il minareto simbolo della città illumina ogni cosa. Poco più in là, tra le infinite viuzze della cittadella, scorre incessante la vita.
La gente qui incrocia i tuoi occhi e sorride, prima ancora che tu possa pensare di voltare lo sguardo altrove. È bello non sentirsi stranieri a casa d’altri. Non ci siamo più abituati.
Ed eccoci pronti per partire alla volta di Samarcanda. Un nome che riecheggia nella mia mente fin da quando da bambina cantavo con papà Vecchioni e mi divertivo a idealizzarla questa terra. Immaginavo un cavallo e il suo condottiero al galoppo attraverso steppe silenziose e desolate. I bambini non riescono nemmeno lontanamente a raggiungerlo il pensiero della morte.
Ed oggi eccomi qui, non al galoppo ma su un moderno bus grazie a Dio, a costeggiare pianure a perdita d’occhio punteggiate di secchi cespugli tra cui in lontananza intravedo qualche cammello.
Samarcanda, il ricordo felice.
Sono elettrizzata. Tra poche ore ci incontreremo mio felice ricordo.
Lungo la strada facciamo sosta a Shakhrisabz, la città del grande conquistatore turco Tamerlano. Alcune moschee e mausolei fanno da cornice ai resti del grande portale d’ingresso della sua residenza estiva. Si resta semplicemente impietriti ai piedi di questa gigantesca entrata completamente ricoperta di meravigliosi mosaici blu, bianchi e oro.
Riprendiamo la strada attraversando villaggetti fatti di piccole e buie case in fango e mattoni, sparse tra campi di grano a perdita d’occhio. All’orizzonte piccole sagome colorate di donne ricurve lavorano la terra. Ai lati delle strade scolaretti in divise bianche e nere salutano e mandano baci ad un bus che spesso corre troppo veloce per darmi modo di ricambiare il saluto.
Eccoti. Magnifica esattamente come ti aspettavo. Silenziosa, regale, imponente.
Azzurro ovunque io rivolga lo sguardo. Cupole, portali, mausolei. Maioliche, scritte sacre e disegni floreali arricchiscono ogni monumento si incontri.
Il mio viaggio in Uzbekistan, un viaggio con il naso all’insù.
Con il naso all’insù e gli occhi commossi mi ritrovo ad immaginarmi qui nei suoi anni di massimo splendore, in quella che doveva essere una tra le più ricche e prospere città dell’epoca, tra mercati stracolmi di ogni tipo di mercanzia e carovane trainate da centinaia di cammelli. L’oriente era lontano ma questo era il centro del mondo all’epoca di Tamerlano. E nonostante abbia subìto terremoti che l’hanno distrutta completamente, oggi la città risulta perfettamente ricostruita. Da un lato lunghi viali e curati giardini, dall’altro la città antica. Un groviglio di vicoli alternati a mercati di souvenir e merci locali. Spezie, albicocche essiccate, tessuti preziosi, ceramiche blu. Gli occhi ricolmi di colori, il naso grondante di profumi.. il cuore pieno zeppo di gratitudine.
E infine.. non possiamo lasciare Samarcanda senza prima aver salutato il suo creatore, Tamerlano. Un mausoleo tanto ricco quanto mite ed elegante. Una grande tomba di famiglia dedicata a lui e a 8 dei suoi più fedeli compagni.
Il viaggio sta per volgere al termine.
La capitale.
Ultima tappa Tashkent, la capitale del paese. Due ore di treno superveloce e veniamo catapultati in quella che a tutti gli effetti potrebbe essere scambiata con una grande e moderna città europea. Enormi giardini, fontane, viali alberati, strade a quattro corsie, sontuosi palazzi amministrativi ed una meravigliosa metropolitana museo.
Ah no, errore. Le nostre capitali confronto a questa paiono dei porcili. Mi impegno a trovare qualche cartaccia o cicca di sigaretta a terra. Uno sforzo inutile. Non se ne vede nemmeno l’ombra.
Sotto un sole di nuovo inaspettatamente cocente ci trasciniamo da una moschea ad un parco cittadino per terminare le nostre visite. Ogni cosa scintilla. Tutto viene pulito e curato scrupolosamente, più volte al giorno. Mai visto tanti giardinieri, vigili e spazzini per le strade.
I sovietici hanno lasciato molto da queste parti. Lo si vede nell’ordine che vige per le strade, nelle divise degli scolaretti, nella rigidità dei locali.
Le mille facce di questo popolo, il senso profondo di un viaggio in Uzbekistan.
Ognuno qui ha un compito ben preciso e con grande stupore mi ritrovo ad ammettere che nessuno cerca di sfuggire ai suoi doveri.
Probabilmente non si guadagna granché da queste parti ma non esistono praticamente mendicanti e senzatetto. Fatta qualche rarissima eccezione, tutti hanno qualcosa. Poco, sicuramente. Ma qualcosa.
Ci siamo quasi. Il mio viaggio in Uzbekistan è vicino al termine. Ed io un po’ malinconica e pensierosa, come ogni volta quando lascio un paese, ripenso a questi giorni. Alla meraviglia dei luoghi visitati. Agli sguardi ed ai sorrisi d’oro che ho incrociato. Allo stupore nello scoprire tutte le mille facce di questa terra, tanto antica nell’animo quanto all’avanguardia nei servizi e nella tutela del suo popolo.
Queste terre ricordano a noi poveri occidentali, che troppo spesso ci lasciamo raggirare dalle false realtà che ci fa comodo raccontare, che musulmano non dovrebbe significare cattivo, diverso e pericoloso. E soprattutto che non ha nulla a che spartire con l’essere arabo. La prima è una religione. La seconda un’etnia. L’Uzbekistan è laico ma abitato da una grossa maggioranza islamica, e non araba.
A presto meraviglia dall’anima color zaffiro.
Facciamo presto a raccogliere tutti in un unico grande calderone fatto di terroristi ed estremisti pronti a farsi saltare in aria in nome di Allah. Poi arriviamo qui e siamo costretti ad ammettere che tutto quello che ci hanno inculcato è sbagliato, falso. Che ci siamo fatti abbindolare dalle scemenze che ci sono state raccontate. Che anche noi stessi, ahimè, siamo colpevoli. Perché l’abbiamo permesso. Abbiamo dato loro la possibilità di imprimere nelle nostre menti idee non reali, pensieri dannatamente errati e cattivi.
Ho visto più denti d’oro in 7 giorni qui, che in un’intera vita a casa. E non solo perché sono tanti qui ad averli ma perché i musulmani che tanto ci spaventano, mi hanno regalato più sorrisi di quelli che avrei potuto desiderare; come a supplicarmi di non dimenticarne nemmeno uno una volta rientrata. Perché lo sanno cosa pensiamo di loro e farebbero qualunque cosa per convincerci che ci sbagliamo.
Ci sono riusciti..!
A presto meraviglia dall’anima color zaffiro, tornerò per un nuovo viaggio in un Uzbekistan che mi ha lasciato con il naso all’insù.
Incidete un DVD con Giulia che canta “Samarcanda “.Sarà un vero successo
Non saprei.. il canto non rientra davvero nelle mie doti!
Un abbraccio cara Maria Rosa.
Giulietta
Meraviglioso viaggio fatto nel 2012, Madrasse di una purezza architettonica assoluta, colori blu e oro che dominano l’architettura e che dire della gente:accogliente, sorridente, dignitosa e curiosa, in una parola felice…. Città vivaci che, nonostante i guai che ha procurato loro la storia antica e recente, valgono assolutamente il viaggio. Io ci tornerei molto volentieri.
Concordo con ogni tua parola Marisa.
Ti abbraccio,
Giulietta
Bravissima Giulia, splendido commento. Chissà se un giorno si riuscirà ad andare…speriamo!
Speriamo! Magari, perché no, insieme!
Un abbraccio
Giulietta
Bellissimo ricordo! Madrasse bellissime! Da ritornare.
Speriamo presto!
Ciao Biagio. Ti abbraccio.
Giulietta
Anche per me l’Uzbekistan è stata una meravigliosa scoperta. All’atterraggio del nostro aereo musiche e danze, abbiamo pensato ci fosse qualche personaggio importante a bordo, invece festeggiavano il nostro arrivo.
E’ stato un susseguirsi di sorpese, le affascinanti madrasse piastrellate, mandrie di animali in libertà, il deserto rosso, entrare in Samarcanda ascoltando la canzone di Vecchioni e poi la gente, un popolo speciale, tutti volevano farsi fotografare insieme a noi. Ricordo che ci guardavano e ridevano, non capivamo il motivo, poi ci hanno spiegato che eravamo una coppia per loro strana io con i capelli ricci e mio marito con barba e baffi, di loro nessuno aveva queste caratteristiche.
Un viaggio senza dubbio da sperimentare.
Davvero magico. Concordo!
Giulietta
Anch’io ho ricordi affascinanti di Samarcanda anche se sono trascorsi 50 anni e le foto scattate hanno il colore del tempo.
Non ho avuto la fortuna di vedere le altre città descritte da Giulia, ma spero di poterle vedere nel 2021 .
Inshallah
Speriamo di poterci tornare presto insieme.
Un caro saluto,
Giulietta
Mi prenoto già da adesso, in pieno lockdown. Inshallah.
Prenotazione confermata! Restiamo fiduciosi e incrociamo le dita.
Giulietta