Oriente

Medio Oriente

Il mio Oriente.

Se chiudo gli occhi sento ancora sotto i polpastrelli la carta di riso ruvida e gibbosa. Umidità e calore in un’aria mista a smog. Sapori dolciastri di fiori un po’ marci e fumo di pipe ad acqua. Tengo ancora gli occhi chiusi. Una musica persistente. Non è particolarmente piacevole ma per un po’ mi incanta. Non riesco a trovare un ritmo da ripetere. Toni acuti. Campanelli. Troppi campanelli. Ma poi si fa suadente.
Questo è il mio viaggio in Oriente. Non sono le pagode, i templi, i palazzi. Non sono i paesaggi mozzafiato né le stradine di atmosfera. Il mio Oriente è prima di tutto la zaffata di puzza e umidità che mi investe quando lo sportellone dell’aereo si apre. Quello che segue questo primo impatto il più delle volte mi confonde.
Religiosità esasperata e consumismo. Spiritualità e alta tecnologia. Una realtà fatta di rispetto buddista e di stragi umane. Di templi d’oro e paesi che nuotano letteralmente nelle fogne. Bimbi sorridenti e vecchi rassegnati. Orgogliose tribù e mendicanti prostrati.

Non ho mai idealizzato questa parte di mondo.

Quanto parlare dell’Oriente ai tempi dei figli dei fiori! Sembrava lo avessero trasformato nell’ultimo paradiso terrestre dove non esisteva l’odio. Tutti vivevano secondo i ritmi della natura in paesaggi in grado di sopraffarti con la loro autenticità. Era di moda dichiararsi ora buddista ora lamaista. L’Oriente coincideva con la giusta misura. Il giusto pensare. Il sano e corretto agire.
Io non sono mai riuscita a idealizzare questa parte di mondo. Non permetto alla memoria, abile truccatrice dei ricordi, di ammorbidire le ruvidità. Non lascio che il tempo trascorso arrotondi troppo spigoli che ho percepito acuti. Io questi spigoli li ricordo. Anche in mezzo alle risaie di Bali. Anche con il sottofondo musicale di litanie induiste nel più bel tempio del Gujarat.

Occidente e Oriente.

Mi sembra che quando Occidente e Oriente si incontrano è come se si osservassero da un vetro che riflette immagini distorte. Le aspettative di ognuno si stemperano nell’altro. L’occidentale vuole conferma di magia e spiritualità. L’orientale vuole ciò che c’è oltre la precarietà e gli incensi. Mi sa che entrambi restano delusi. I bianchi a furia di passeggiare dentro sarong di seta e ciabattine fumando erbe varie. E gli orientali quando capiscono che le t-shirt della Chicago Red Bull e gli Hot dog a colazione a lungo andare fanno schifo.
Libro emblematico è “C’era una volta l’Oriente” di Pico Iyer. Spiega bene come tutte queste immagini siano già superate a livello globale. Ma restano le percezioni del viaggiatore che approda a questi lidi. L’Oriente resta l’Oriente. Con gli incensi e gli ammennicoli che si porta dietro.

I paradisi orientali cessano di essere paradisi.

I paradisi orientali a furia di essere battuti in lungo in largo cessano di essere paradisi. Un paradiso smette presto di restare tale una volta che i turisti iniziano a scoprirlo. Le rivelazioni collettive, tragicamente, finiscono per essere un boomerang che torna indietro. Guarda Bali. Qualcuno una volta disse che la cosa che più odiava in Bali era che fosse piena di Americani e Australiani. Così questi quando si incontravano sulla spiaggia un po’ fumati e in sarong pieni di lustrini si ignoravano palesemente convincendosi di essere i primi autentici stranieri approdati sull’isola vergine!
Eppure questi incontri – scontri tra Occidente e Oriente sono antichi come il mondo.
C’era un Oriente fatto di tessuti preziosi e erbe medicamentose. Spezie e carovane. C’era davvero.
Si tratta di una memoria storica che aleggia tutt’ora sopra città e campi. Si alza come bruma da risaie e fiumi. Memoria però intaccata dal capitalismo che avanza. Dal globale. Dall’immagine strappata a un occidente che a sua volta si ritira all’ombra.

Il viaggiatore deve vedere le rughe.

Gli occhi del viaggiatore, durante un viaggio in Oriente, devono concentrarsi su quella memoria storica. Quegli occhi devono vedere al di là per cogliere il meraviglioso che l’Asia possiede. Ma devono essere anche abbastanza realisti da non ammantare questo mondo con una mistica superficiale e nebulosa.
Il viaggiatore deve vedere le rughe attorno agli occhi dei vecchi e sapere che quei solchi, se solo la lingua facesse da ponte, racconterebbero tante storie. Storie vere. Di speranza e sofferenza e aspettative. Storie come ce ne sono tante anche in occidente naturalmente. Ma che in Oriente da sempre si accompagnano a una capacità di rassegnazione che noi occidentali ignoriamo.

Loro non aspettano l’inquadratura migliore.

L’Oriente può essere il più sublime e delicato dei profumi e subito dopo il puzzo nauseabondo di escrementi a cielo aperto. Può essere uno scorcio rilassante sul fluire lento di un fiabesco fiume che però scorre accanto a baracche e bidonville che poco hanno di pittoresco (soprattutto per chi ci vive!). Il viandante, durante un viaggio in Oriente, deve sapere che il suo è il tragitto di un giorno. Per i miseri contadini di un’infima e sperduta provincia cinese è la quotidianità. Loro non aspettano l’inquadratura migliore, ma sono impelagati nella ben più pressante esigenza del tentare di sopravvivere.
E per chiudere mi domando: se i nostri figli fossero così, con i piedi scalzi e le pance gonfie per la malnutrizione, davvero ci soffermeremmo unicamente sul loro sorriso e sull’inquadratura migliore per il nostro reportage di viaggio in Oriente?