Mongolia
Il mio viaggio in Mongolia comincia con una domanda.
“Che ci faccio qui?”. Domanda scontata scendendo dall’aereo a Ulan Baatar. Non ci sono alternative a questo primo interrogativo. Una risposta congrua non l’ho saputa dare nei successivi sette giorni di soggiorno nella terra di Genghis Khan.
Neanche una volta rientrata, nell’immediato, ho trovato risposta. Ma ho scoperto in compenso di avere, insospettato, un piacere profondo e inspiegabile nell’aver fatto questo viaggio in Mongolia.
Chi legge queste riflessioni mongole non sarà di certo convinto da me a partire.
Ma se chi legge potesse percepire l’accelerazione del mio battito cardiaco mentre ricordo paesaggi, persone e templi…Se solo potesse vedere le mie espressioni mentre riguardo le foto…ecco sì, allora in Mongolia vorrà andarci.
La Mongolia mi ha stupito.
Molto mi ha stupito in questa terra. Loro, i mongoli, hanno toccato il nervo piuttosto nascosto della mia tenerezza. I templi risparmiati dalla furia di Mao sono guerrieri abbandonati nell’oceano di erba della steppa. Essenza imperitura che lotta granitica. Al di là delle umane transitorie vicende. Questi luoghi di fede sono acciaio in inverni gelidi e povere mura blandite da tiepidi venti di un’estate che dura poco.
Colonna sonora il silenzio. Espanso verso un orizzonte in continua fuga.
Palcoscenico capovolto sono le stellate incombenti in cui il confine tra cielo e terra si intuiva solo dal cessar del brillio degli astri e dall’iniziare, inchiostro nero, della terra.
I mongoli.
E dalla poesia di pensieri che nascono e si esauriscono alla quotidianità di un popolo sorridente che pascola yak. Attorno alle Ger (le loro tende) bimbi con gote rubizze e paffute rincorrono agnellini. Le donne mungono vacche. Gli uomini cavalcano piccoli cavalli tenaci alla ricerca di pascoli adatti. Una volta rientrati la sera si fuma, si beve, si prega. Gli interni delle Ger sono tappezzate da tappeti con colori vivi. Ci sono mobili e cassapanche dipinti a mano e disposti secondo un ordine simbolico a me estraneo. Piccole statue di Buddha stanno ai piedi dei letti. Forme di formaggio e carne essiccata pendono legati attorno alla stufa che campeggia nel centro.
Loro ti fanno entrare trattenendo risolini sdentati. Le donne si sistemano i capelli. Il capofamiglia fuma e ne offre. I nonni tengono i piccoli in braccio e attendono che la donna giovane passi a versare del thè. Poi parte il giro del bricco del latte su cui galleggia una schiuma di panna pesante e odorosa. Un inno ai tempi dei nonni in cui i nostri intestini sani potevano sostenere e sopportare tanta naturale prelibatezza.
Arrivo al tempio e l’autista scompare.
Arrivo alle porte del tempio buddista. Il cancello è chiuso con un catenaccio. Soffia un vento schietto. Dietro griglie lignee intravedo pareti con disegni arabescati. Tra i fiori intravedo forme di dei e demoni. L’autista si guarda attorno e mi fa cenno di aspettare. Monta in auto e scompare.
Mi intrattengo facendo un giro del perimetro del tempio. Seguo con i polpastrelli le asperità di legni rovinati dal freddo e cotti dal sole. Immagino siano stati intagliati da mani sapenti e da venti continui.
L’autista torna.
Torna l’autista e scende dall’auto con un ragazzo rasato in tunica arancio. Il giovane tiene in mano scarpette da calcio. Mi si avvicina, sorride e giunge le mani in preghiera. Chiede scusa. Era a giocare a calcio al villaggio vicino. Chiedo scusa io per l’interruzione. Ride di gusto. Non fa nulla. Il tempo si usa. Non si rincorre. Avrebbe ripreso la partita al momento giusto. Fruga sotto la tunica dentro le tasche di jeans e mi apre.
Non vi svelerò la magia una volta aperto il portone scricchiolante. Ma credetemi: dovreste vederla di persona. Quando arriverete voi forse il ragazzo sarà pronto ad attendervi. O forse bisognerà di nuovo andare a recuperarlo in campetti improvvisati di calcio.
Un viaggio in Mongolia di variabili ne regala tante. Ho momenti cristallizzati nella memoria. Ogni tanto perforano il tempo e mi riportano là. In mezzo al vento in pianure infinite. Bevo thè e aspetto monaci calciatori improvvisati.
Sono già prenotata per questo viaggio in Mongolia, che avrebbe dovuto essere lo scorso luglio. Forse, nel mio animo, ero pronta ad andarci prima ancora che lo proponessi, questo viaggio. E non avevi bisogno di convincermi, lo sai.
I grandi spazi, la magia del silenzio, i visi rugosi e intensi, gli occhi profondi di questa gente, l’aquila che ti vola accanto al finestrino della jeep (ricordo una tua foto) : impagabile realtà che trovi solo in posti così …
Sbrigati a portarmici. Solo questo.
Anch’io ero prenotata per questo viaggio. Amante della solitudine, della natura e degli ampi spazi era uno dei viaggi dei miei desideri. Spero di poterlo fare prima di essere “troppo vecchia” per poter sopportare i disagi che mete di questo tipo inevitabilmente comportano e soprattutto in salute per poter godere appieno delle esperienze che mi attendono