Egitto

Luxor Ramses

Giallo totale, se non per una riga azzurra.

Stendo la cartina sul tavolo, per organizzare il mio viaggio in Egitto. Giallo totale se non fosse per una riga azzurra: il Nilo taglia verticalmente a metà il territorio desertico dei faraoni. In verità in alto, affacciato sul Mediterraneo, c’è un delta ramificato: si apre a ventaglio e alla base Il Cairo: follia di una metropoli iper-antropizzata circondata dalla sabbia!
A Luxor, più o meno a metà della verticale linea nilotica, ne traccio una orizzontale a separare in due il paese. Sotto questa linea ci sta l’Alto Egitto. Blu, verde e giallo. Blu delle acque, verde (poco) dei campi coltivati, giallo ocra del deserto a perdita d’occhio. L’uomo e le sue bestie vivono attaccati al corso d’acqua. Unica possibilità di sopravvivenza. Altrove, nel deserto, c’è la storia.
Una storia di quelle con la S maiuscola: l’aria secca ha preservato templi e tombe. I monumenti se ne stanno lì quieti e impettiti nel totale silenzio di una storia che ha smesso di essere. Restano caparbi come inutili combattenti di una guerra, come tutte, persa. Svettano ribelli verso la volta celeste colonnati e steli. Piccoli indici alzati a chiedere risposte.Il mantra costante che si ripropone guardando queste rovine è sempre lo stesso: tutto questo faticare per cosa?

Che viaggio in Egitto è se non si risale il Nilo.

La nave scende (in realtà risale) il corso del fiume per portarmi da Luxor ad Aswan. Sto sul ponte: aria arroventata che riempie un silenzio pungolato solo da strida di uccelli. Di tanto in tanto il lieve sibilo di un vento. Archivio nella memoria questi panorami. Sono il magazzino a cui tornare in futuro: l’ossigeno di emergenza quando l’aria mancherà.
Non sono molti i chilometri che separano Luxor da Aswan, ma impieghiamo quattro giorni per coprirli alternando visite e navigazione. Questo paese è un moto fluido e ondivago dell’anima. Un guardar scorrere canneti, bufali e sabbie, immersa e cristallizzata in tramonti infuocati alle spalle di templi magnifici. Il tutto sulle note ipnotiche della musica di Kitaro: i suoi cimbali hanno dato ritmo ai miei respiri mentre osservavo, spettatore umile. Occhio che non voleva disturbare un quadro complesso in cui l’aria, i rumori, la forma dell’acqua, la luce che si rifrangeva sul fiume facevano da padroni garbati. Ecco. La navigazione sul Nilo ha un che di garbato.

Un intrufolarsi gentile nel deserto.

Un intrufolarsi gentile nel deserto seguendo la vena sinuosa del fiume che come una cicatrice antica si fa strada nella sabbia. Una metafora della vita? Perché no? Un procedere verso, o meglio, un lasciarsi portare verso. Questa ho sempre pensato fosse la modalità giusta con cui affrontare la vita.
Parlando di cose reali: Luxor, antica Tebe. La cittadina odierna di bello ha ben poco. Ma già solo i due templi che ne caratterizzano la conformazione pagano il disagio estetico di edifici moderni banali e squallidi. Tempio di Luxor al tramonto: vale tutto il viaggio in Egitto. La statua di qualche faraone o Dio sta lì all’ingresso. Enorme. Le mani adagiate sul grembo. Guarda. L’orizzonte direi. Poi ci passo sotto e ho la scomoda sensazione che il suo sguardo mi segua. Accelero i passi. Entro in uno spazio con colonne con diametro assurdo. Quanti uomini per abbracciare la colonna? La guida dice almeno 8. Mi torna la domanda del mantra: tutto questo faticare per cosa?
L’altro tempio cittadino è quello di Karnak.

Il sole è sceso.

Il sole è sceso. Le luci illuminano abilmente il viale delle sfingi con la testa di ariete. Lo percorro con un dubbio delirante: se danno segno di volermi caricare devo scappare. Mi guardo attorno alla ricerca di una via di fuga. Poi la guida torna a parlare di cose reali. Guardo gli arieti: granitici.
La città di Luxor sorge a est delle rive del Nilo. Qui nasce il sole e con lui la vita.
Di là dal fiume, sulla sponda ovest, il sole muore. E vai di tombe! Di Re e Regine naturalmente. Ci andiamo all’alba. Alte formazioni di roccia ci costringono a tornanti . Dietro ogni curva nuova sabbia e pietrisco.
Piego la testa per entrare in una specie di bunker che non lascia presagire nulla di entusiasmante. Un corridoio lungo in pendenza che affronto con lo spirito del viaggiatore a ogni costo. La guida mi ferma. Mi fa cenno di alzar la testa. Una volta color azzurro lapislazzulo si stende come un lenzuolo morbido sul mio capo. Mille piccoli egiziani si seguono all’infinito con un piede di fronte all’altro per accompagnarmi verso la camera mortuaria. Cartigli pieni di simboli e geroglifici. Da migliaia di anni lì sotto vaga l’anima del faraone. O forse no.

Sapete perchè gli egizi sono di profilo, ma solo in parte?

Ci sta che sia riuscito a passare anche lui l’esame della bilancia. Il suo cuore sarà stato pesato e, se più leggero della piuma posta sull’altro piatto, il Dio Anubi gli avrà concesso di passare nelle regioni dell’Aldilà. E di lui in questo luogo nascosto tanti metri sotto terra non resta altro che la testimonianza meravigliosa di una vita, comunque, fugace.
Ma lo sapevate il motivo per cui gli egizi sono di profilo, ma solo in parte? Se fossero totalmente di profilo, non si vedrebbe tutto il busto. Invece…controllate un po’! Viso di profilo, un piede davanti all’altro, ma il busto è totalmente girato verso chi osserva. È una trovata geniale che permette loro di essere coerenti con la convinzione religiosa secondo cui tutto ciò che si riesce a dipingere sarà riproposto in qualche modo nell’aldilà e quindi di là, se lo troveranno una volta morti. Quindi nel regno dell’oltretomba avranno il busto completo e due piedi. Peccato solo un occhio!!!!!
Torniamo a parlare di cose serie con influenze filosofiche di livello un po’ più alto.

La nave riprende a navigare, il mio viaggio in Egitto prosegue.

La nave riprende il suo viaggio in Egitto. È la volta di Edfu. L’incredile mondo di Edfu. Ci si potrebbe far su un film. Esci dalla nave e sei sopraffatto, più o meno nell’ordine, da:
– Puzza di sterco di cavallo fresca e meno distribuita in grossi e medi cumuli lungo il marciapiedi, la strada e la banchina su cui si transita.
– Urla cattive di cocchieri che frustano brutalmente le proprie bestie pretendendo che tu scelga la loro carrozza e non un’altra in virtù di una propria presunta dote di anfitrione locale.
– Gruppi di bambini cenciosi con occhi grandi e manine troppo lunghe e moleste.
Al di là di queste amenità che piacciono molto ai veri viaggiatori avventurosi e che io detesto, il sito di epoca tolemaica, quindi relativamente recente nel panorama archeologico del paese, è davvero bello. Ti accoglie all’ingresso il Dio Horus, il Falco. Di nuovo colonnati immensi e la sensazione di essere troppo piccolo e troppo limitato nella tua finitezza per rispondere debitamente al mantra: tutto questo faticare per cosa?
La sera la nave attracca di fronte al Tempio di Kom Ombo. Custode inquieto di queste antiche mura il Dio Sobek, il coccodrillo.

Il Dio Sobek, il coccodrillo e il Mausoleo dell’Aga Khan.

Tra le luci del crepuscolo mi aggiro all’interno del tempio. La guida racconta essere, questi geroglifici, legati alle prime chirurgie praticate dall’uomo. Rabbrividisco al pensiero di un dente estratto senza anestesia. Figurarsi il resto! Infine il giorno dopo mi sveglio ad Aswan. Feluche che rigano la superficie del fiume. In alto il Mausoleo dell’Aga Khan. Si respira aria di commerci antichi. Di carovane,di spezie. Mi vado a prendere un tè sulla terrazza di un vecchio hotel: l’Old Cataract. Qui Agata Christie soggiornò e scrisse. Mi affaccio sul Nilo con la mia tazza del tè. Se guardo a destra so che il fiume origina dalla diga oltre cui è arginato il Lago Nasser sulle cui acque affacciano gli stupefacenti templi di Abu Simbel. Nefertari. Ramsete II. Oltre c’è la Nubia, il Sudan. I faraoni neri.
Oltre altre storie. Altre genti. Che esperienza, questo viaggio in Egitto, terra a metà tra Africa e Oriente.