Costa Rica
Il mio viaggio in Costa Rica comincia così.
Il palmo della mano scivola sul legno fradicio della balaustra. Devo attraversare questo ponte affidandomi ad un pavimento su cui certamente scivolerò. E devo arrivare dall’altra parte in un punto impreciso in mezzo alla nebbia, o pioggia nebulizzata se par meglio. Tutto molto avventuroso, in realtà camminando come i bradipi che popolano queste foreste, tutto altrettanto semplice. Il fatto è che mi mancano punti di riferimento nitidi. Mi fermo in mezzo al ponte. Arpiono di nuovo il corrimano e guardo giù. Verde. Un verde imbarazzante, poco credibile. E poi quelle laggiù? Fisso lo sguardo e focalizzo: foglie. Anche queste poco credibili: troppo grosse. In natura non esistono. Decreto. Mi viene in mente Avatar mentre scandaglio con la geometria della mia logica la foresta. Tutto improbabile, tutto fuori misura. La guida si avvicina, sorride come sempre e mi indica una palma altissima “senza questa pioggia nulla sarebbe così poderoso, così vivo”. Mi prendono le vertigini. La vita sotto il ponte sembra un intricato groviglio palpitante di vite compenetrate in un gioco biologico perfetto. Esseri che strisciano, arrancano, saltano, svolazzano e camminano. Le mie mani si ancorano ancor più saldamente alla balaustra.
Non piove più.
Intanto non piove più. Le nuvole basse si sparpagliano in men che non si dica come zucchero filato. Brandelli più scuri si disperdono all’orizzonte, quelli più biancastri sembrano restare agganciati alla cime degli alberi più alti, in attesa che un soffio di vento li sospinga al largo. Il sole forza barriere verdi e spinge per trapassare grovigli vegetali. E’ invadente, prepotente. La pioggia è paziente, si insinua. Il sole spezza, rompe, tracima. Piccolissime rane dai mille colori sono sbucate fuori e zampettano ai bordi del sentiero. Fotografi di tutto il mondo unitevi: magia! Se le prendessi in mano si accoccolerebbero nel centro del mio palmo e ne occuperebbero meno della metà, grandi occhi verdi e neri incastonati in un mosaico incoerente di colori. Sono queste piccole rane ad essere usate nei video per dimostrare la qualità superlativa della resa dei colori nei centri di televisori. Loro e gli anemoni di mare. Non che c’entri nulla, ma quest’umidità, questa natura che abbraccia, i suoni di uccelli e scimmie, tutto questo è ipnotico. Concilia un sereno fluire di emozioni. Respiri ed accetti. E’ una cosa che raramente si prova. Il battito del cuore sembra rallentare, ti senti parte di qualcosa……lasci i pensieri divagare, galleggi. “Corri Carol, vieni a vedere il bradipo”.
L’incantesimo è frantumato.
L’incantesimo è frantumato. Mi attivo, ma se corro mi ammazzo e vedrai che anche il bradipo non negherà la sua natura di bradipo proprio ora solo per fare un balzo e sfuggire alla mia osservazione. Approdo sull’altra sponda del versante, mi impiastriccio gli scarponcini nel fango evitando salamandre e ranette, per trovarmi accanto ad un bradipo bianco impantanato nel suolo come me. E’ concentrato, in una moviola esasperante, nell’artigliare un frutto caduto a terra. Ci segue con occhi rossi per nulla intimoriti e benevoli. Muove la testa da un lato all’altro, poi si fissa sul frutto. Ma i bradipi non erano creature docili e buone? “Nel giardino del vostro lodge ci sono i bradipi buoni, quelli bianchi e neri. Questi sono allo stato veramente brado. Bisogna stare attenti alle unghie. Ti potrebbero tagliar via una mano” Non mi pongo il problema visto che me ne sarei comunque guardata bene dall’avvicinare qualsiasi arto a quel volto ispido e malevolo. Ammetto però di non avere sperato in un incontro così ravvicinato. Ci osserviamo mantenendo le posizioni. Vorrei dire, per creare atmosfera, pronti a balzare l’uno contro l’altra. Ma è un bradipo. Una creatura che a terra è vittima di chiunque. Le sue possibilità di sopravvivenza si alzano mano a mano che si arrampica verso i rami più alti della foresta. Una guida arriva con dei guantoni da potatore, agguanta la bestiona sotto le ascelle. Lei si guarda in giro leggermente stupefatta e abbraccia il tronco contro cui il ragazzo la appiccica senza troppe cerimonie. Volge il capo verso di noi sdegnata ed inizia, lentissimamente, a risalire verso l’alto. Uomo, tu sei nulla. Tu resti in basso, nel fango. Ai piedi di alberi di altezze spropositate, con foglie abnormi, sulla cui cima brulica una vita a te negata e di cui tu non farai mai parte. E tu in questo “basso” ci stai, epure attento perché si scivola un casino! Torno al lodge accompagnata dagli occhiettini rossi del mio bradipo sdegnoso. Ma tu guarda che tipo….
Tortuguero.
Siamo al Tortuguero. Una lunga striscia di terra che si distacca dalla costa creando un canale dentro cui, di nuovo, vive di tutto. Tartarughe, pesci, squali. Ed attorno scimmie, tucani, umani. La nostra lancia fende l’acqua color grigio scuro. Attorno a noi è un tripudio di versi, urla, richiami. Guardo in alto e vedo solo fogliame alto, piccole chiazze di cielo e luce come se fosse l’apocalisse. I colori sono fantastici. I raggi del sole forzano e rimbalzano sull’acqua. Scintillii, piccoli nugoli di insetti, bambini che ti accompagnano correndo sulla riva a piedi nudi urlando qualcosa. Ma non ci sono gli squali qui? Dov’è la madre? Ecco qui che, indomito e ovviamente fuori luogo, salta fuori il mio lato borghese. Guardo le mie manine curate con le unghie pitturate di rosso che hanno timore anche solo a sfiorare la superficie dell’acqua nella patetica convinzione che centinaia di barracuda siano pronti, sotto al pelo della stessa, ad accanirsi contro di loro. Ma noi una volta non facevamo parte di questa natura? Perché ora la temiamo in modo così compulsivo? Che pena. Che imbarazzo.
Grande Carol. Come sempre ci coinvolgi con i tuoi racconti. Bellissima descrizione della natura incontrata. Cristina
ciao carl, sei sempre fantastica a descrivere quello che tu vedi e vivi grazie
Grazie Carol, fai anche un webinar? mi piacerebbe molto vederlo
Perchè no? ci penso su…tu se vedi che non do cenni fra un pò ricordamelo!