Birmania
Yangon.
Sogno. Un sogno in cui si entra dalla porta di servizio in un viaggio in Birmania. Ospiti stranieri. Rispettosi e timorosi al cospetto di un Oriente poco conosciuto.
Yangon. Il solo nome evoca tropici e battaglia. Odore dolciastro di frutta troppo matura mista a polvere e tuniche arancioni. Con questo caldo implacabile la volontà si arrende, si sopisce. I sensi si acquietano e la vista vaga senza troppa ostinazione al ritmo ipnotico delle parole di una guida tanto cortese quanto formale. Si sofferma ora su pagode dorate ora su minuscole gabbiette per volatili all’interno delle quali piccoli passerotti attendono di essere liberati dalla mano di qualche turista in cambio di una promessa di felicità futura.
Ma nel sogno, come in tutti i sogni che si rispettino, si entra in punta di piedi. O meglio ancora scalzi. E’ così che si accede ai luoghi sacri in viaggio in Myanmar. Questo è il nuovo nome dell’antica Birmania. Attraversando corridoi rivestiti di piastrelle e mattoni roventi si saltella a piedi nudi da una pietra all’altra per giungere infine al cospetto di statue di Buddha ineffabili e laconici.
Shwedagon Paya.
Attorno alla Shwedagon Paya, il più importante e maestoso monumento religioso di Yangon, brulica una moltitudine inquieta di questuanti. Si prostrano con dei fiori in mano biascicando ipnotiche litanie. Intanto, attorno a loro, stuoli di bambini si rincorrono ridendo e spargendo fiori su altari decrepiti. Donne sedute ai piedi delle scale offrono candeline, incensi, frutta. Con questi doni ci si garantisce un Karma migliore per la vita futura e si richiede benessere per quella corrente.
C’è qualcosa di commovente nel capo rasato dei monaci in preghiera inginocchiati ai piedi delle pagode. Qualcosa di semplice e primordiale. Come le orecchie a sventola che svettano lateralmente. Come le ciotole nere laccate con cui camminano per le strade alla ricerca di elemosina e cibo. Primordiale come l’oro sfavillante con cui i birmani ricoprono ogni statua, ogni cupola, ogni altare. È rassicurante sapere che, fosse anche solo per un giorno nella vita, ogni uomo di questo paese è tenuto a vestire queste tuniche volutamente strappate e poi ricucite in rispetto a una severa regola di povertà.
Il viaggio in Birmania è pensare se sia possibile superare le brutture umane.
Che infine ci sia davvero soluzione e superamento delle brutture umane? Tra i fumi di questi incensi, guardando gli occhi quieti e scuri di questa gente, si potrebbe rispondere di sì.
L’ordine insperato delle strade della capitale si va via via stemperando mano a mano che ci si avvicina a uno dei tanti mercati in cui si vende praticamente di tutto. E’ buffo farsi strada fra la folla e scoprire che, fatta eccezione per pochi indifferenti, noi turisti siamo a nostra volta oggetto della curiosità della gente che ci osserva, sorride, bisbiglia. E se le nostre armi sono le macchine fotografiche spietatamente puntate verso chiunque ci sembri sufficientemente “tipico” da essere immortalato nei nostri album, le loro sono parole sussurrate in una lingua incomprensibile, toni ironici e sorrisini malcelati.
Un colpo d’occhio unico.
Si cammina incespicando in questo caos inseguiti da odori nuovi e violenti per le nostre narici occidentali. Si bypassano sacchi, bidoni e gambe di venditori scompostamente abbandonate alla calura del giorno. La fatica è ripagata da un colpo d’occhio assolutamente unico. Verdura e frutta esotica ammonticchiate in cumuli colorati. Pesci e polli sventrati alla mercé delle mosche. Montagne di foglie allucinogene di betel pronte per essere farcite con calce e noci ed essere masticate pazientemente. Stoffe dai colori cangianti. Ciabattine infradito multicolori e, infine, pezzi di tronchi di albero. Dalla loro corteccia le donne ricavano un impasto molliccio e cremoso che, una volta secco si spalma sul viso e le trasforma in affascinanti aborigene.
Il mio viaggio in Birmania continua.
Da Yangon generalmente si raggiunge Bagan in volo. Un’immensa landa silenziosa, rosseggiante al tramonto, arroventata da un implacabile sole estivo, puntellata ovunque di castelletti, palazzi e pagode. Lo scenario che si offre ai nostri occhi dall’altura di una di queste pagode è mistico, stranamente sinistro ed esaltante al contempo. Le pagode giacciono lì. Inutili come soldati dimenticati sul campo di battaglia. Centinaia di stupa color mattone. E sembrano davvero militi ignoti radunati dopo lo scontro finale. Di loro non interessa più a nessuno: sono emblemi di un tempo ormai andato. Molte di queste costruzioni sono senza nome. E quelle che lo hanno, lo devono a uno strano gioco della fantasia di un capo locale che, ancora ai tempi della dominazione inglese, inventò nomi di fantasia per non deludere le aspettative di un delegato britannico incaricato di stendere una relazione su questa zona archeologica.
Il tempio di Ananda.
Tra i 2.000 e più edifici emerge il tempio di Ananda. Costruito nel 1105 d.C. è passato più o meno incolume attraverso varie peripezie: dall’invasione mongola nel 1287 al terremoto del 1975. È il tempio più grande e meglio conservato del sito. I quattro Buddha di teak massiccio conservati al suo interno sono rivolti verso i punti cardinali. È inquietante scoprire che, per uno strano gioco prospettico, i volti delle statue sembrano da lontano atteggiati al sorriso ma man mano che si procede si incupiscono fino ad assumere un’espressione severa e quasi ostile quando, giunti ai loro piedi, li si osserva dal basso.
Ad accrescere il senso latente di inquietudine contribuiscono alcuni ragazzi all’ingresso. Sono in pareo, a dorso nudo. I denti sembrano sanguinare tanto sono rossi a furia di masticare foglie di betel. Ridono con la loro gioventù sfrontata cercando di venderci riproduzioni di batik e chincaglierie varie. Sacro e profano. Mito e prosa. Il senso di religiosità profondo e sincero che si percepisce negli atteggiamenti devoti delle persone sfuma e impallidisce accanto all’oro, ai lustrini e agli specchi di cui è letteralmente ricoperto ogni luogo sacro. Accanto agli altari su cui si bruciano incensi votivi ci sono scimmie dispettose che si contendono patatine e sacchetti di plastica. Si entra scalzi e con abiti lunghi fino alle caviglie in luoghi dove bambini dagli sguardi irresistibili e donne sorridenti vendono sigari e foglie di betel.
Pindaya.
“Dopo essere stato in Oriente non hai più fiducia in nessuno ma credi a tutto” recita un detto marinaro.
Ci lasciamo ora alle spalle l’arsura della pianura per raggiungere Kalaw. È una tranquilla cittadina di montagna con numerosi edifici che ricordano il passato coloniale britannico. Lungo la strada dissestata incrociamo solo camion stracolmi di operai sporchi e sorridenti. La fantasia vola a pochi chilometri oltre la nostra meta finale, alla città di Taunggyi, confine della legalità. Questa è la porta dell’impero dell’oppio, mitica terra del Triangolo d’Oro. Lì i turisti non vanno. La guida accenna brevemente a trafficanti cinesi, alla malavita tailandese. Nulla di più.
Da Kalaw si parte alla volta di Pindaya. La cittadina, famosa per le grotte calcaree all’interno delle quali è conservato un misterioso “esercito” di 8.000 statue del Buddha, deve il suo nome a una leggenda che ha il sapore dei primi film di Godzilla. Alcune principesse sorprese dal temporale si rifugiarono in queste grotte dove furono catturate e tenute prigioniere da un enorme ragno (pin-gu in birmano). Il fascino della leggenda è tutt’ora tenuto vivo dalle migliaia di statuette dorate ammonticchiate le une contro le altre sullo sfondo viscido della roccia: paiono bambole serafiche e antiche buttate a casaccio in uno sgabuzzino in attesa di essere riesumate e spolverate.
L’aria pesante e umida delle caverne è ormai solo un ricordo all’arrivo sul lago Inle. Giunti sulle sue sponde si ha l’impressione di essere, finalmente, arrivati. Pare che il lungo cammino percorso fino a questo momento non sia stato vano ma si sia esplicitato nell’unico scopo possibile: questo lago etereo. Queste montagne azzurre che si fondono in un cielo dai colori ancora imprecisi all’alba. Questi pescatori che remano in piedi, dritti, a prua delle loro sottili imbarcazioni manovrando il lungo remo con una gamba. Queste palafitte, povere e dignitose, ai cui balconi sventolano magliette colorate e parei. Questi bimbi magri e sorridenti, tuffati nell’acqua, attaccati alle corna di scuri e possenti buoi. Questi monaci assorti che lavano le loro tuniche accovacciati sulle sponde.
Penso al mio viaggio in Myanmar.
Se nella fantasia collettiva esiste un’immagine di paradiso orientale, quell’immagine deve essere proprio questa. E mentre la sottile imbarcazione naviga lungo il canale verso il tramonto penso ai contrasti di questo paradiso. Penso ai bimbi che mi hanno rincorso per avere un pezzetto di sapone. Penso agli ombrellini di gelso e alla ragazza che li confeziona. Penso all’uomo che si è arrampicato a mani nude fino alla sommità di una palma per farmi vedere il succo dei suoi frutti. Penso alle donne al lavoro nei campi di riso e ai loro turbanti. Alle monache vestite di rosa raccolte in preghiera. Penso alle pagode dorate, ai mangiatori di betel, alla sfilata di mille monaci per il pranzo collettivo.
Penso a quella donna dagli occhi azzurri e dai capelli neri, figlia di chissà quale soldato britannico, che lungo la strada mi ha chiesto dei soldi in perfetto inglese. Penso al mio viaggio in Myanmar
voglia di visitare questo paese ciao Ilde
Sapessi la voglia di tornarci!!!!
La Birmania è un paese bellissimo con le sue 100 e più etnie, laghi, fiumi, ricco di storia e cultura. Torneranno i tempi per viaggiare, per stupirci e imparare. Carol non mollare, tutti noi ci siamo più curiosi che mai.
a furia di tener duro avrò almeno addominali d’acciaio!!!!
La Birmania è un paese bellissimo con le sue 100 e più etnie, laghi, fiumi, ricco di storia e cultura. Torneranno i tempi per viaggiare, per stupirci e imparare. Carol non mollare, tutti noi ci siamo più curiosi che mai.