Africa

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L’Africa da copertina.

Viaggio in Africa in una notte nerissima su una strada mal asfaltata. Intorno a me non distinguo nulla a parte qualche flebile luce dal cruscotto e i primi due metri di terra sotto i fari anteriori.
Improvvisamente dall’inchiostro emerge una sagoma umana in bici. Il tempo di notarla e subito la supero. La notte la risucchia alle mie spalle. Una notte africana in cui perdo l’orientamento come in un lago dalle acque scure e mobili.
Questa scena mi torna in mente uscendo da una serata di presentazione di un patinato catalogo “Africa” di un Tour Operator noto.
Gran belle immagini. Superbe. Come i soggetti che hanno posato davanti all’occhio del fotografo. Sono uomini dallo sguardo fiero. Donne dalle vesti sontuose e adorne di intricati monili d’argento. Guardo le immagini e immagino lontani tamburi e risa di bimbi. Io non ho conosciuto questa “Africa patinata”, io ho conosciuto un'”Africa coperta di polvere”.

Un’Africa coperta di polvere e argilla. Un’Africa opaca. Il mio viaggio in Africa.

Senz’altro esiste, questa “Africa da copertina”. Ma non è quella che ha investito, sommosso e sbalestrato fino alle radici più profonde il mio essere trascinandolo in una girandola di emozioni, pensieri contradditori, perplessità, desideri e voluttà.
L’Africa a cui mi riferisco io è un’Africa coperta di polvere e argilla. Un’Africa opaca.
I bambini che ho incontrato sorridevano sì. Tanto più quando mi arrendevo e consegnavo biro e chincaglierie varie che mi ero portata dietro dall’Italia nell’assurda convinzione di migliorare in questo modo la loro vita. Le donne che ho incontrato era belle, ma i loro vestiti erano sciupati e insudiciati da mille piccole mani. Fisici asciutti la cui eleganza innata si esprimeva nel trasportare sacchi di miglio o bacinelle colme di acqua dal pozzo alla capanna.
L’Africa “tipica” secondo molti.

Tipico per chi?

Non ho dell’Africa un’immagine monocolore e uniforme di povertà e miseria. Ma non copro il mio orizzonte con cataloghi patinati e foto accattivanti. Non desidero ignorare la storia passata e presente che cinge in un abbraccio mortale buona parte di questa gente.
L’Africa centrale soprattutto, a metà strada fra i grandiosi deserti del nord e le savane del sud, ben poco ha da offrire. Di “tipico” non c’è molto.
Che poi, per intenderci, ”tipico” per chi?
In che senso?
Se un giapponese venisse a casa mia mi troverebbe sufficientemente “tipica”?
Qui l’acqua è sempre poca o troppa. Mercé delle bizzarre e capricciose voglie della natura.

Africa. Il luogo del nulla.

Questo è un luogo dove tribolare serenamente. Non c’è nulla. Quindi non ci sono guerre. Ma non c’è neanche futuro.
Qui ci si sveglia pensando a come far mangiare un pasto a tutti i componenti della famiglia. Il resto è un contorno. Un di più.
Eppure di storie me ne hanno raccontate tante. Con i gesti e con gli occhi. Sotto un sole rovente o avvolti in pastrani nella notte gelida.
Guardo anche io il mare dalla Costa del Togo. Sento il suono delle catene che si trascinano su questi moli attaccate ai piedi di schiavi in partenza per le Americhe. Alle spalle si lasciavano una terra destinata a scomparire per sempre. Una terra, una famiglia.
Penso ai popoli del Mali, i Dogon, abituati a vivere nel territorio impervio delle falangi del Bandiagara. Ricordo le loro “Case dei saggi” i cui tetti sono tenuti volutamente bassi per insegnare l’umiltà del dialogo e la temperanza nel discorrere.
Penso a quanto sacro e profano siano amalgamati.

Sacro e profano.

Rivedo la fila colorata e disordinata fuori dal centro di assistenza missionaria in Burkina Faso in attesa della distribuzione del miglio settimanale. Dentro la struttura rido con le donne che pesano bimbi in lacrime portati al centro per il periodico controllo medico.
Dal profano risalgo al sacro e sono fra i monaci copti etiopici. Passi veloci dentro ampie vesti nere. Crocifissi enormi al collo da fare baciare alla gente che per strada si getta a terra segnandosi furiosamente. Ma dietro alla Chiesa vedo pietre coperte di sangue e penne. Tracce di riti animisti.
Qui l’ignoranza impera. Spinge le mamme a preferire la malnutrizione delle bimbe piuttosto che saziarle con uova. Pare causino sterilità. Qui un’adolescente deve essere data in sposa appena sviluppata. Non c’è Santo che tenga.

Turista o viaggiatore.

E così penso che così come non esiste l’amore, ma tanti amori, non esiste il Viaggio, ma tanti Viaggi.
Viaggi composti da fili aggrovigliati in cui si dipana l’esistenza; una pira dalle cento essenze al cui fuoco si consuma il nostro tempo. Questo è uno di quei viaggi in cui il distinguo fra turista e viaggiatore illanguidisce. La scala dei valori si scompone. Si sovvertono principi e credenze. Non ci sono monumenti da vedere. Nessun animale feroce o safari fotografico. Niente cocktail da sorseggiare all’ombra di maestosi alberi frondosi. Né danzatori tribali convertiti al soldo del turismo.
Nuda qui c’è l’Africa.
Quella della gente nera. Bella anche senza monili e lance sguainate.
L’Africa polverosa e opaca e torrida.
L’Africa dei larghi sorrisi e dei bimbi dagli occhi grandi.
Molti si chiedono e mi chiedono: “Perchè viaggiare in Africa?”

Perché un viaggio in Africa?

Perché organizzare un viaggio in Africa? Ma per vivere. Per continuare a farlo sorridendo con la sua gente.
Nessuna prosopopea. Si può scegliere di andare in vacanza per godere di un mare splendido e cristallino. Ci si può rigenerare fra le colonne di qualche antico tempio o navigare in mezzo all’oceano su navi di lusso.
Ognuno ha il suo viaggio.
Questo viaggio in Africa è uno dei tanti possibili.