Uzbekistan

tour iran

Il mio tour in Uzbekistan comincia con un libro.

Leggete il libro di Colin Thubron “il cuore perduto dell’Asia”. Io l’ho fatto e posso dire che questo cuore pulsa sempre e non è affatto perduto. Un cuore pulsante in uno spazio che pare dilatarsi senza confini. Le sabbie si stemperano in un cielo latteo, i fiumi si prosciugano in valli disperate e aride. La gente ride, balla e si veste di mille colori sfidando il nulla che avanza da ogni dove.
Dove sia di preciso l’Uzbekistan pochi davvero lo sanno. Un luogo leggendario, cantato anche da Vecchioni, in mezzo all’Asia, a sud della Russia. Il suffisso “-stan” crea una sorta di ansia. Vicino all’Afganistan, vicino alla guerra, all’intolleranza, alla chiusura. Poi però quando si nomina Samarcanda gli scenari cambiano, si appianano. Ma certo! La via della seta, Tamerlano, le spezie, i caravanserragli.
Si accantona la mappa geografica per lasciarsi cullare da un’idea, anch’essa imprecisa, di viaggi lontani, di cammelli e stoffe… di un tour in Uzbekistan. Del tempo, impreciso anch’esso, in cui questo era l’ombelico del mondo. Oggi è convinta di esserlo l’Europa. Figurarsi!

Samarcanda.

Samarcanda con la piazza Registan è bella davvero. Un complesso registro di maestosità e perfetto gioco prospettico di forme. Intricati iperboli di sfumare di maioliche verdi e blu, felice connubio di disegni eleganti e architettura solida. I cortili interni, oggi trasformati in colorati bazar, sono chiusi da porticati con piccoli archi a sesto acuto. I piani superiori appaiono disabitati: piccole cripte ormai inutili in cui un tempo studiavano giovani aspiranti mullah! Tamerlano nel XIV secolo volle questa piazza, e prima ancora questa città. Lui, di origini turche, si proclamò discendente diretto del mongolo Genghis Khan e volle celebrare la propria grandezza e quella dei suoi successori costruendo Samarcanda a propria immagine e somiglianza: regale. Esempio di questa megalomania è la vicina moschea di Bibi-Khanym, un tempo la più grande del mondo islamico, che oggi, vittima della propria mole, è parzialmente crollata.

Il Gur Emir.

Splendida è poco lontano la cupola del mausoleo di Tamerlano, il Gur Emir. L’enorme cupola a nervature azzurre accuratamente lavorate termina su un finissimo nastro decorato con longilinee lettere arabe. Il tutto è affiancato da minareti in cui il verde, colore sacro dell’Islam, si alterna all’ocra dei mattoni e al blu delle maioliche dipinte con motivi floreali. I colori hanno attraversato indenni secoli di storia. E così i nomi dei loro condottieri. Dai più feroci, come Tamerlano, ai più saggi e colti, come Ulug Beg, suo nipote,che primeggiò nelle scienze e nella sapienza astrologica e che fu, per questo, brutalmente assassinato.
E’ un buon posto per stendere l’anima, penso camminando. Un posto dove l’umanità sembra inopportuna. Un posto saldamente conficcato nel nulla, incastonato come una gemma rara nell’oblio di un tempo che ormai di affascinante ha solo il nome: la via della seta. Sbaglio.

Il battito del cuore è forte e regolare.

Il battito del cuore a cui accennavo non è affatto flebile, ma profondo, regolare.
Selvaggi occhi a mandorla si alternano nelle strade a eterei ovali incorniciati da capelli biondissimi. Imponenti e chiassose matrone con la bocca piena di denti d’oro, sfilano accanto ad altere e composte bellezze longilinee. Vegliardi ricoperti da strati di stoffe in stivali sfondati di cuoio stazionano davanti a moschee e mercati. Ragazzine impertinenti, vanitose e disarmanti ti prendono per mano esibendo un inglese quasi perfetto per proporti un ‘business’ nel loro negozio o al loro banchetto di cianfrusaglie. Un tour in Uzbekistan è un guazzabuglio irreale di forme e persone, i cui occhi furiosi e passionali ben poco hanno a che spartire con il sobrio mondo europeo e in generale con la nostra cultura. Del resto, l’Oxus, l’odierno Amu Darya, una volta era il confine naturale oltre il quale, per i conquistatori romani, si dilatava un regno pericoloso, ignoto e vorace. Un mondo fatto di sanguinosi gerarchi, di furiosi condottieri, di illuminati scienziati.

Carovane ed eserciti.

Ma il fragile isolamento di queste popolazioni non ha impedito che su queste terre transitassero, da sempre a memoria di uomo, carovane ed eserciti, predatori e predati. Una storia scritta con il sangue dei vinti e con la paura di quelli che, miracolosamente rientrati in patria dopo essere stati a Khiva o a Bukhara, hanno potuto raccontare di loro, seguaci di Tamerlano, figli di un’Asia brutale e famelica.
A Khiva tutto sembra ricondurre a un’unità.
Una cittadella fortificata con solide mura merlate spezzate puntualmente da torri silenziose. All’interno solo polvere e splendori. Come i gioielli delle donne tutto qua è intarsiato, decorato, cesellato. Una città improbabile, come il set di un film, dove ogni cosa sembra non volere ledere l’armonia del sistema. Nulla stona. Si cammina con il naso per aria respirando aria secca e glorie andate. Si accarezzano mattonelle verdi e blu, e si provano nel suk colbacchi impolverati di lana karakul. Eppure, solo un paio di secoli fa, proprio in queste graziose e intricate stradine, i khan erano soliti punire i reietti strappando loro gli occhi e pulendo i coltelli insanguinati nelle loro barbe.

Il deserto dalle sabbie rosse.

Da Khiva, con buona pace dell’anima, si attraversa sotto un sole devastante il Kyzil Kum. È il deserto dalle sabbie rosse. Dopo una traversata di quasi dieci ore arriveremo, provati, all’oasi di Bukhara. Eccola, finalmente, l’Asia centrale. Polverosa come un vecchio prezioso tappeto. Il color ocra impera ovunque animato dal rosso dei tessuti, dalle forme geometriche di argenti appartenuti un tempo a chissà quale bellezza. Immagino questi fragili monili a decorare le tempie di giovani donne dagli occhi a mandorla e dagli zigomi alti.
Dal dedalo di viuzze si sbuca inaspettatamente sulla piazza principale di Bukhara, il Labi-Hauz. La piazza si articola intorno a una vasca e all’ombra di gelsi antichi e tettoie colorate si anima un mondo insospettato e affascinante. Un microcosmo a rallentatore dove, ciò che realmente affascina, è la lentezza e l’armonia del movimento. Una sorta di saggezza del vivere. Una pacatezza e compostezza tipici di un popolo saggio che sa, alfine, di essere unicamente nelle mani di Dio. Ecco lo spirito dell’Asia centrale, eccolo nelle rughe benevole di vecchi con barbe bianche e camice di lino che giocano serafici a scacchi sulle panchine della piazza. Lo stesso spirito indomito dei mongoli delle steppe tracima dagli occhi neri e furiosi di una mamma mentre rincorre un batuffolo dagli occhi cerulei e dai capelli nero corvino.

Un tour in Uzbekistan, un viaggio attraverso scenari di autentica bellezza.

Dalla cittadella splendida e polverosa di Bukhara si parte per Samarcanda, attraverso scenari di autentica bellezza. Sulla destra una catena di montagne morbide come marzapane. Oltre esse, l’Afganistan. Oltre, il diverso, il lontano. Oltre quelle montagne, una realtà non condivisa, una rigidità che fa paura anche a loro, uzbeki e tagiki, turkmeni e kirghizi. A nord l’aspetto rassicurante di campi di grano color giallo oro. Un cielo sfacciatamente blu chiude in fondo la pianura.
Samarcanda. Magia di un nome. Alchimia dello spirito. Il solo pronunciarlo evoca stelle purissime in cieli blu cobalto, pellegrini con turbanti e cammelli, bauli di spezie e carovane cariche di tesori. Le aspettative non sono deluse. Andare in piazza Registan la sera è inebriante. Pochi dollari di mancia e il guardiano apre i portoni attraverso i quali si accede direttamente a un’epoca finita. Un mondo incredibile dove verde e blu si fondono in un gioco di luci e riflessi elettrizzante. Dove cupole e cunicoli, arabeschi e volte confluiscono in un’unità armonica superiore. Le stanze disposte attorno ai cortili interni ora sono negozietti di souvenir e tappeti, ma un tempo qui mullah imperturbabili, con lunghe barbe bianche e sguardi seriosi, impartivano a giovani allievi lezioni di storia e morale musulmana. Negli inverni freddi e interminabili tra queste mura si ripetevano litanie arabe e i versetti del corano erano legge di Dio e del popolo.

La patria dei Sufi.

Questa è la patria dei Sufi, i mistici dell’Islam. In parte grazie a loro l’Islam è riuscito a resistere alla persecuzione sovietica in tutta l’area dell’Asia centrale. Questa è la patria di Nasruddin, famoso maestro e ‘folle saggio’ che insegnava attraverso storielle divertenti e raccoglieva attorno a se seguaci e simpatizzanti. Qui, a Samarcanda, nacque Ulughbek, famosissimo re astronomo a cui si deve la costruzione di un immenso astrolabio per l’osservazione delle stelle. Infine questa è la patria di Tamerlano, o Timur lo zoppo, violento condottiero e uomo di scienze al contempo, le cui statue oggi si ergono sulle piazze delle città principali, al posto di quelle dei gerarchi sovietici. Grottesco modo di sostituire tiranni moderni con quelli più antichi.
Ma i tempi cambiano. Anche in questo posto dimenticato dalla storia. E di questi nomi confusi della benevolenza dell’oblio e avvolti dall’aura della leggenda, ora restano più che altro epitaffi e mausolei. Samarcanda è famosa proprio per una strada di tombe conosciuta come Shahr-i-Zindah. È un luogo sacro da sempre meta di pellegrinaggi. Intere famiglie stazionano di fronte a questi edifici di color azzurro turchese decorati con meravigliose maioliche e intarsi verde smeraldo. Genti venute a piedi, dice la guida, da chissà quali parti dell’Asia centrale. Arrancano nella calura estiva, ricoperte da scialli colorati e gioielli. Alcuni anziani si fanno strada tra la folla. Dalle rughe sul viso delle donne si presume abbiano più di ottant’anni. Occhi a mandorla, alcuni chiari, altri neri e profondi come la notte. La pelle è scura, cotta dal sole di estati implacabili e rovinata dal freddo di inverni rigidissimi. In un nugolo di gonne colorate e foulard di seta, si aiutano sorreggendosi a fatica su bastoni improvvisati, seguendo un uomo. Questi ha il viso più giovane, anche se le mani tradiscono troppe primavere. Cammina eretto davanti a loro in giacca spessa e con una cupoletta in testa. Appare bonario, quasi divertito dal piccolo corteo che, silenzioso, lo segue.

Tashkent.

Dai settecento metri di altitudine di Samarcanda, si riprende la via del ritorno, a valle, verso la capitale. Alle spalle villaggi e capre, pascoli e bambini scalzi. Si ritorna al punto di partenza, all’Occidente, o a quanto di più simile a esso si possa intendere da queste parti: Tashkent. La capitale dopo il terribile terremoto vanta una conformazione in perfetto stile sovietico con viali ampi e alberati, edifici anonimi, ingentiliti solo da grate decorate con motivi floreali o ghirigori arabeggianti.
Ma è sufficiente svoltare un angolo, imboccare una stradina più appartata, per trovarsi nuovamente in Asia, nei mercati di Tashkent, i più grandi e forniti della regione. Qui, fra queste bancarelle colorate e ordinatissime, si può cercare di cogliere la reale essenza di questa terra. Si ha la sensazione che questi occhi celino, al di là di un’apparenza composta e decorosa, un animo difficilmente imbrigliabile.
Un cuore che nemmeno il regime dittatoriale passato è riuscito a domare fino in fondo, un cuore autenticamente libero che, sono certa, non sarà domato neanche dai nuovi evangelizzatori delle terre arabe oltre le montagne.