Sarajevo

Sarajevo by night

Sarajevo ha cessato di esistere.

Correva l’anno 1990. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che andavo a Sarajevo.
Un anno prima del disastro.
Dopo la guerra, non ho trovato il coraggio per nuove visite. Mi sentivo di dover abbassare gli occhi di fronte a quelli di parenti che avevano attraversato l’inferno. Mi sentivo inconsciamente in difetto.
Mi hanno ripetuto più volte che tutto era passato. Che la guerra era finita. Che tornassi, perché continuava a esistere solo nella mia testa.
Fatto sta che Sarajevo è rimasta cristallizzata nei miei occhi di ragazza e dal 1991 ha cessato di esistere sia nei miei ricordi, sia nella mia realtà.
Ci torno in queste righe perché le parole di un libro mi hanno prepotentemente tirato per il bavero e immesso nuovamente nella sua esistenza multiforme.

Un pò austro-ungarica, un pò turca.

Sarajevo ha qualcosa di austro-ungarico. Lo ripetono quelli che si infastidiscono per la parte più evidente, quella turca. Il lungo fiume elegante, alcuni bei viali alberati, qualche palazzo che avrebbe potuto trovarsi a Vienna o a Budapest, è vero, richiamano lo stile mitteleuropeo. Ma di sicuro non è il profumo avvolgente e morbido della Sacher che si disperde nell’aria della Baščaršija, il quartiere storico della città. È piuttosto l’odore plebeo e sfacciato della carne alla griglia che ti segue come un cane affamato mentre cammini sui marciapiedi, giocando a evitare le giunture di pietroni grigi e irregolari con cui le strade sono pavimentate. Al centro di piccole piazze stanno erette, forti di un ruolo nella storia, fontane ottomane usate dai tempi dei turchi per le abluzioni prima dell’accesso alle moschee. Le stradine sono strette e ancor più lo appaiono per il precipitare verso il basso, quasi a sfiorarti la testa, dei tetti, anch’essi in pietra, che coprono abitazioni a un piano con facciate di legno intarsiato. Ci si china per entrare in negozi grandi come sgabuzzini dove la puzza della pelle di giacconi e borse si espande impregnando i disegni geometrici di kilim accatastati, le curve morbide delle pantofole di lana ammonticchiate in un angolo, le incisioni minuziose dei vassoi di rame carichi di macinini per il caffè e tazzine basse e tonde. Ogni tanto parte il richiamo dei muezzin, seguito a ruota dalle campane di qualche Chiesa. Non di rado a sedersi accanto a te per bersi una birra e leggere il giornale è un ebreo con papalina e riccioli lunghi.

Un pò occidentale, un pò orientale.

Cosa ha a che fare questo con l’Europa? Perché tanta ritrosia di fronte all’evidente orma levantina? Non è forse affascinante questa ambiguità: un’anima piena di stelle e sure di Corano in un elegante e scollato abito europeo!
Ripenso a questo suo essere oriente e occidente. Non ponte fra i due, ma fiume in cui due affluenti si sono riversati uno nell’altro secoli fa, e continuano la loro corsa verso il mare mischiando acque e detriti, confondendo colori e flussi.
E sia! La guerra è pur finita anche a Sarajevo. E la città si è trovata a gestire un equilibrio, precario come un sogno, di convivenza pacifica imposta. Chi è riuscito a sopravvivere lo ha fatto a occhi bassi.
Non ci sono stati vincitori. Solo morti. Una volta seppelliti anche questi la vita è tornata. Più timorosa, chiaro. Ma in un modo o nell’altro, è tornata.
E con l’arrivo di questa nuova linfa vitale, dei Balcani, si è smesso di parlare.
Lo stesso si fece a casa mia.
Si pregò per i morti e si tornò ad aspettare primavere.
Che alla fine, in effetti, arrivarono.