Realpolitik ugandese

Ispirato a “Vietato criticare”, Internazionale n. 1392, 15 Gennaio 2021.

“Per riempire le tasche di un dittatore è necessario pensare
che le vite degli africani siano sacrificabili”.

Lo scorso novembre, in una città a est della capitale Kampala, centinaia di persone sono accorse per sentir parlare il candidato alla presidenza Bobi Wine, quando all’improvviso le forze di sicurezza hanno preso a sparare sulla folla. Il candidato è stato portato via e trattenuto in carcere per due giorni, con l’accusa di aver organizzato un comizio di oltre 200 persone e quindi di aver infranto le norme anti contagio adottate per contenere la pandemia di Covid-19. Norme già precedentemente infrante (e rimaste impunite) per mano di altri politici; primo fra tutti il presidente Museveni.
La notizia dell’arresto ha dato il via a numerose proteste nelle principali città ugandesi. La risposta delle forze di sicurezza ha provocato 54 morti e molti feriti.

Museveni: l’uomo forte dell’Uganda dal 1986.

Da oltre trent’anni il presidente Yoweri Museveni rappresenta uno dei più stretti collaboratori africani degli Stati Uniti in materia di sicurezza. Dal 2007 il Paese contribuisce alla missione dell’Unione Africana in Somalia, sostenuta da Washington. In Iraq gli ugandesi prestano servizio per conto dell’esercito americano fin dall’inizio della guerra.

In cambio, ogni anno, gli Stati Uniti stanziano milioni di dollari a favore dell’Uganda, sotto forma di aiuti. Aiuti che, per la maggior parte, vengono dirottati nelle tasche di Museveni e delle sue forze di sicurezza.
Nel maggio del 2020 la Banca Mondiale ha concesso uno stanziamento di 300 milioni di dollari, ufficialmente a sostegno del bilancio ugandese durante la pandemia. Incredibilmente però solo un mese prima la stessa somma era stata assegnata ad una “voce di spesa riservata”, a beneficio, appunto, delle forze di sicurezza del Paese e del presidente. Potrebbe trattarsi di una coincidenza ma in Uganda spese di questo tipo non sono sottoposte alla supervisione del Parlamento. Sensato quindi pensare ad un utilizzo alternativo di questo denaro a favore della militarizzazione della campagna elettorale e della violazione di diritti umani..?
L’11 novembre scorso la ragioneria di stato ha annunciato la disponibilità dei soldi necessari a pagare i salari, a coprire le spese per la sicurezza, a rimborsare i debiti ed a finanziare la commissione elettorale. Ne consegue l’insufficienza di denaro necessario a finanziare l’acquisto di medicine e di carburante per le ambulanze, ad oggi 411 funzionanti per una popolazione di 43 milioni di persone.
In un paese che conta 39 distretti amministrativi sprovvisti di ospedale (39 dei 411 distretti del paese) e un totale di 55 reparti di terapia intensiva, il parlamento approva determinati bilanci perché il regime Museveni corrompe o tortura i deputati che provano di ostacolarlo.
Nel 2017 in parlamento irruppero le forze speciali al servizio del presidente per ostacolare una campagna di boicottaggio per la proposta di legge che avrebbe visto Museveni governatore a vita. In quell’occasione una parlamentare fu trascinata in una stanza sprovvista di telecamere e immobilizzata alla parete con un agente che le schiacciava la schiena con il ginocchio. Ne uscì con due vertebre rotte.
Nel 2018, un anno dopo la sua elezione in parlamento, Bobi Wine fu arrestato insieme ad altri parlamentari e ad alcuni sostenitori per aver lanciato pietre ad un’automobile del corteo di Museveni. Dopo una settimana di carcerazione, Wine e i suoi colleghi si presentarono in tribunale aggrappati a stampelle per camminare.
Nel 2020 un giovane parlamentare dell’opposizione, nel tentativo di distribuire aiuti alimentari agli elettori del suo distretto, fu arrestato e torturato per tre giorni. Il trentenne ora usa un bastone per camminare.

Incontri e consensi vantaggiosi.

Secondo un comunicato pubblicato da WikiLeaks, nel 1987 Museveni incontrò l’ambasciatore statunitense a Kampala in previsione di una possibile visita a Washington. I due parlarono di un metodo di tortura molto praticato tra le forze di sicurezza del presidente ugandese, per cui le braccia della vittima venivano legate dietro la schiena così forte da far sporgere lo sterno.

All’affermazione dell’ambasciatore di ritenere questo tipo di tortura pericolosa e in grado di provocare cancrene o paralisi, Museveni rispose che con un semplice interrogatorio non si ottenevano i risultati desiderati.
La possibile visita a Washington si concretizzò nell’ottobre dello stesso anno e fu seguita da altre due nel 1988 e nel 1989. Il primo incontro con l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan fu alla base della buona reputazione di Museveni nei circoli diplomatici e, dodici anni dopo, una segretaria di stato dell’amministrazione Clinton lo definì “un faro nella regione dell’Africa centrale”.
Allo stesso modo, nonostante numerose prove condannassero i soldati ugandesi per stupri di gruppo ai danni di donne e uomini nel nord del paese, anche Bush invitò più volte Museveni alla Casa Bianca e lo elogiò per i suoi sforzi nella lotta contro l’aids.
Barack Obama, invece, ne contestò le leggi contro l’omosessualità da lui emanate, ma non ne condannò mai la tortura dei dissidenti.
Fu necessario arrivare al 2004 per vedere pubblicato un rapporto che accusava i donatori internazionali dell’Uganda di sostenere una terribile dittatura e, al tempo stesso, la famiglia di Museveni di essere coinvolta in atti di corruzione. Il presidente fu accusato di aver sottratto il 23% delle risorse destinate ai ministeri per la sanità, la scuola e i trasporti, e di averli versati su fondi dell’esercito per “dissenso e spese elettorali”.
Il rapporto fu ignorato per quasi due anni e, nel frattempo, l’Uganda ricevette da parte del Fondo Monetario più di cento milioni di dollari a sostegno del debito.