Libertè, egalitè, fraternitè
Ispirato a “La cultura lotta per la vita”, Internazionale n. 1388, 11 Dicembre 2020.
Arte e cultura in Europa
alleate per la salvezza.
Quando anni come questo si apprestano a finire è impensabile essere gli stessi di quando sono cominciati. Anni come questo scavano a fondo nel nostro essere e ci obbligano a pensare, ad analizzare, e i fattori da considerare paiono infiniti. Ogni pensiero, ogni convinzione. Tutto sembra banale, già detto da altri. Si è sentito parlare di morte, malattia, povertà, precarietà. Non più di sogni, di lavoro duro per un obbiettivo da raggiungere. Siamo stati tutti livellati. Azzittiti. Resi impotenti. Ci hanno ricordato di ringraziare se siamo vivi e se la nostra azienda è rimasta a galla. Già, là fuori c’è chi sta peggio. E forse è davvero così. C’è chi ha perso cari, chi il lavoro, chi la casa. Ma credetemi quando vi dico che c’è anche chi non ha mai perso la speranza, chi non si è mai rassegnato.
A tal proposito, oggi mi piacerebbe condividere con voi quello che sta accadendo nella nostra bella Europa, ai nostri incredibili artisti, ballerini, attori e musicisti. Coloro ai quali nessuno pare interessato. Per i quali nessuno sembra chiedersi che ne sarà di loro, come pensano di ricostruire le loro vite drammaticamente sconvolte.
Spagna.
“Il flamenco è la cultura più profonda della nostra terra” (A. Canales).
Tablaos. Quale turista a spasso per le vie di Madrid, Barcellona o Siviglia non ne ha sentito parlare? Chi non ha mai assistito ad uno spettacolo di flamenco seduto su una seggiola malconcia, sudato e appiccicato al vicino, a bere cerveza sgranocchiando noccioline?
Eppure oggi, se potessimo ripercorrere quelle vie, ci imbatteremmo in vetrine buie, con sedie impilate e banconi colmi di boccali vuoti. Oppure in nuove insegne luminose che ci invitano ad entrare in locali riadattati, con pochi posti a sedere e musica spagnola a basso volume. Che ne sarà quindi di quei coloratissimi corpi di ballo che tanto ci hanno emozionato e trasportato lontano, nel folklore locale? Non ne sarà. Il 42 per cento di loro ha deciso di abbandonare la professione, mentre i più temerari sperano in aiuti dal governo spagnolo. Aiuti che, ovviamente, tardano ad arrivare.
Il flamenco non è solo ballo, non è semplicemente musica. Si tratta di passione tramandata, di cultura incisa a fuoco nel cuore degli spagnoli. Eppure nessuno pare spaventato all’idea che questo incredibile patrimonio rischi di morire, proprio sui palchetti in parquet che per secoli gli hanno dato voce.
Germania.
La techno lascia il posto a spazi espositivi e centri di analisi per il Covid-19.
Come sempre, storia diversa è la Germania. Diversa la gestione del problema, differente il risultato. Da queste parti il governo non ha mai smesso di sovvenzionare i club storici, così da dar loro la possibilità di una nuova vita.
Alcuni trasformati in spazi espositivi, altri organizzati per ospitare dj-set ascoltabili in streaming da casa, altri ancora ridotti a centri di analisi per la pandemia in corso. In alcuni casi, addirittura, gli stessi locali non hanno accettato i sussidi statali. Chi ne ha avuto bisogno si, chi è riuscito a salvarsi da solo no.
Basti pensare che a metà del mese scorso il parlamento di Berlino ha approvato una proposta di legge per trasformare la forma giuridica delle discoteche da “strutture ricreative” a “strutture culturali”. Così facendo le stesse eviteranno il rischio di sfratto. E ancora, agli artisti sono stati concessi aiuti di migliaia di euro per far fronte alle spese professionali di ognuno.
Ciò non significherà certamente salvare un settore, ma almeno non toglierà la speranza e la passione alle persone che questo settore lo hanno alimentato e ne hanno scritto la storia.
Svezia.
Le folkets hus senza programmazione estiva per la prima volta dal 1893.
La prima folkets hus, casa del popolo, ha visto la luce nel 1893 per mano di un’associazione di operai alla ricerca di uno spazio per le riunioni dei suoi soci. Oggi se ne contano circa 500 in tutto il paese. Qui gli svedesi usano da sempre ritrovarsi per godere di opere teatrali, mostre, concerti e baletti.
Ma non in questo 2020. Quest’anno ha visto le case del popolo in piena estate senza una programmazione. È stata la prima volta dall’anno della loro apertura.
Decine di musicisti intrappolati in lavori occasionali nei supermercati, altri alla ricerca di un nuovo mestiere da accogliere nelle loro vite. Tecnici del suono nelle mani di acquirenti a cui svendere il loro materiale.
La Svezia non ha mai abbassato la guardia. Solo in autunno, alla notizia del calo di contagi, ha allentato un po’ la presa. Ma giusto per qualche settimana. A novembre venivano nuovamente emanate restrizioni e vietate le riunioni con più di otto presenti.
In attesa di tempi migliori, le case del popolo cercano di sopravvivere. E allo stesso modo fanno i loro artisti.
Italia.
La scala dice no allo streaming.
Se per molti teatri italiani la situazione economica pare mantenersi buona grazie alle abituali sovvenzioni dello Stato, per la Scala il discorso è differente.
Per lo storico teatro milanese gli incassi e le donazioni rappresentano infatti circa i due terzi del bilancio.
Ecco quindi che senza spettacoli in programma gli incassi vengono ridotti al minimo, rischiando di trascinare la sacra istituzione in una situazione economica drammatica.
Per la prima volta dal 1951, il 7 Dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, Patrono della città, la Scala di Milano non ha aperto la stagione. È stato invece organizzato un concerto in diretta a cui gli italiani hanno potuto prender parte come telespettatori direttamente dalla loro poltrona di casa.
L’opera in Italia assume da sempre un doppio valore, artistico da una parte e politico dall’altra. E se nel 2019 i biglietti per le duemila poltrone disponibili sono stati venduti a 2.500 euro l’uno, quest’anno non si è potuto vedere niente di simile.
Mentre molti storici e rinomati teatri italiani hanno annunciato rappresentazioni in streaming, la Scala di Milano si è rifiutata di seguire questa tendenza.
Non resta quindi che sperare nei numerosi e fedeli benefattori che da sempre sovvenzionano il loro gioiello più prezioso.
Austria.
Vienna e il suo inverno senza concerti né mercatini di Natale.
Cosa ne sarà di Vienna senza i suoi scenografici mercatini di Natale e gli incantevoli concerti di musica classica suonati in sontuose sale barocche? Non lo sapremo mai. Già, perché gran parte degli spettacoli erano organizzati per turisti che difficilmente torneranno presto a visitare la capitale austriaca.
Il governo ha stanziato a favore degli artisti decine di milioni di euro, mentre i musicisti delle grandi orchestre vivono oramai da mesi grazie alla disoccupazione o, peggio, alla cassa integrazione.
Molti di loro negli ultimi mesi si sono dedicati a concerti privati e a cerimonie in chiesa ma questa situazione non potrà durare in eterno. La speranza è riposta nella primavera e nel probabile vaccino che potrebbe far occupare poltrone da troppi mesi vuote e, soprattutto, riaprire i sipari.
Non mi dilungherò in altri commenti personali ma ringrazio profondamente gli autori dell’illuminante articolo di Internazionale. Mi hanno ricordato che il nostro bel Paese sguazza sì in acque putride ma per una volta dai vicini di casa non accetteremo consigli né rimproveri.
Interessantissimo. Bravi!
Grazie!
Giulietta