{"id":1194,"date":"2021-01-13T09:34:22","date_gmt":"2021-01-13T08:34:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.compagniaditurismoecultura.it\/blog\/?p=1194"},"modified":"2021-07-07T11:00:57","modified_gmt":"2021-07-07T09:00:57","slug":"viaggio-in-birmania","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.compagniaditurismoecultura.it\/blog\/viaggio-in-birmania\/","title":{"rendered":"Birmania"},"content":{"rendered":"<p>[et_pb_section fb_built=&#8221;1&#8243; admin_label=&#8221;Tour CTA &#038; Information Section&#8221; _builder_version=&#8221;3.22&#8243; custom_padding=&#8221;4px|0px|2px|0px|false|false&#8221;][et_pb_row column_structure=&#8221;1_2,1_2&#8243; admin_label=&#8221;Tour CTA &#038; Information Row&#8221; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;||3px|||&#8221;][et_pb_column type=&#8221;1_2&#8243; _builder_version=&#8221;3.25&#8243; custom_padding=&#8221;|||&#8221; custom_padding__hover=&#8221;|||&#8221;][et_pb_cta title=&#8221;Birmania&#8221; button_url=&#8221;#TOP&#8221; 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Un sogno in cui si entra dalla porta di servizio in un viaggio in Birmania. Ospiti stranieri. Rispettosi e timorosi al cospetto di un Oriente poco conosciuto.<br \/> Yangon. Il solo nome evoca tropici e battaglia. Odore dolciastro di frutta troppo matura mista a polvere e tuniche arancioni. Con questo caldo implacabile la volont\u00e0 si arrende, si sopisce. I sensi si acquietano e la vista vaga senza troppa ostinazione al ritmo ipnotico delle parole di una guida tanto cortese quanto formale. Si sofferma ora su pagode dorate ora su minuscole gabbiette per volatili all&#8217;interno delle quali piccoli passerotti attendono di essere liberati dalla mano di qualche turista in cambio di una promessa di felicit\u00e0 futura.<br \/> Ma nel sogno, come in tutti i sogni che si rispettino, si entra in punta di piedi. O meglio ancora scalzi. E&#8217; cos\u00ec che si accede ai luoghi sacri in viaggio in Myanmar. Questo \u00e8 il nuovo nome dell&#8217;antica Birmania. Attraversando corridoi rivestiti di piastrelle e mattoni roventi si saltella a piedi nudi da una pietra all&#8217;altra per giungere infine al cospetto di statue di Buddha ineffabili e laconici.<\/p>\n<h3>Shwedagon Paya.<\/h3>\n<p>Attorno alla Shwedagon Paya, il pi\u00f9 importante e maestoso monumento religioso di Yangon, brulica una moltitudine inquieta di questuanti. Si prostrano con dei fiori in mano biascicando ipnotiche litanie. Intanto, attorno a loro, stuoli di bambini si rincorrono ridendo e spargendo fiori su altari decrepiti. Donne sedute ai piedi delle scale offrono candeline, incensi, frutta. Con questi doni ci si garantisce un Karma migliore per la vita futura e si richiede benessere per quella corrente.<br \/> C&#8217;\u00e8 qualcosa di commovente nel capo rasato dei monaci in preghiera inginocchiati ai piedi delle pagode. Qualcosa di semplice e primordiale. Come le orecchie a sventola che svettano lateralmente. Come le ciotole nere laccate con cui camminano per le strade alla ricerca di elemosina e cibo. Primordiale come l&#8217;oro sfavillante con cui i birmani ricoprono ogni statua, ogni cupola, ogni altare. \u00c8 rassicurante sapere che, fosse anche solo per un giorno nella vita, ogni uomo di questo paese \u00e8 tenuto a vestire queste tuniche volutamente strappate e poi ricucite in rispetto a una severa regola di povert\u00e0.<\/p>\n<h3>Il viaggio in Birmania \u00e8 pensare se sia possibile superare le brutture umane.<\/h3>\n<p>Che infine ci sia davvero soluzione e superamento delle brutture umane? Tra i fumi di questi incensi, guardando gli occhi quieti e scuri di questa gente, si potrebbe rispondere di s\u00ec.<br \/> L&#8217;ordine insperato delle strade della capitale si va via via stemperando mano a mano che ci si avvicina a uno dei tanti mercati in cui si vende praticamente di tutto. E&#8217; buffo farsi strada fra la folla e scoprire che, fatta eccezione per pochi indifferenti, noi turisti siamo a nostra volta oggetto della curiosit\u00e0 della gente che ci osserva, sorride, bisbiglia. E se le nostre armi sono le macchine fotografiche spietatamente puntate verso chiunque ci sembri sufficientemente &#8220;tipico&#8221; da essere immortalato nei nostri album, le loro sono parole sussurrate in una lingua incomprensibile, toni ironici e sorrisini malcelati.<\/p>\n<h3>Un colpo d&#8217;occhio unico.<\/h3>\n<p>Si cammina incespicando in questo caos inseguiti da odori nuovi e violenti per le nostre narici occidentali. Si bypassano sacchi, bidoni e gambe di venditori scompostamente abbandonate alla calura del giorno. La fatica \u00e8 ripagata da un colpo d&#8217;occhio assolutamente unico. Verdura e frutta esotica ammonticchiate in cumuli colorati. Pesci e polli sventrati alla merc\u00e9 delle mosche. Montagne di foglie allucinogene di betel pronte per essere farcite con calce e noci ed essere masticate pazientemente. Stoffe dai colori cangianti. Ciabattine infradito multicolori e, infine, pezzi di tronchi di albero. Dalla loro corteccia le donne ricavano un impasto molliccio e cremoso che, una volta secco si spalma sul viso e le trasforma in affascinanti aborigene.<\/p>\n<h3>Il mio viaggio in Birmania continua.<\/h3>\n<p>Da Yangon generalmente si raggiunge Bagan in volo. Un&#8217;immensa landa silenziosa, rosseggiante al tramonto, arroventata da un implacabile sole estivo, puntellata ovunque di castelletti, palazzi e pagode. Lo scenario che si offre ai nostri occhi dall&#8217;altura di una di queste pagode \u00e8 mistico, stranamente sinistro ed esaltante al contempo. Le pagode giacciono l\u00ec. Inutili come soldati dimenticati sul campo di battaglia. Centinaia di stupa color mattone. E sembrano davvero militi ignoti radunati dopo lo scontro finale. Di loro non interessa pi\u00f9 a nessuno: sono emblemi di un tempo ormai andato. Molte di queste costruzioni sono senza nome. E quelle che lo hanno, lo devono a uno strano gioco della fantasia di un capo locale che, ancora ai tempi della dominazione inglese, invent\u00f2 nomi di fantasia per non deludere le aspettative di un delegato britannico incaricato di stendere una relazione su questa zona archeologica.<\/p>\n<h3>Il tempio di Ananda.<\/h3>\n<p>Tra i 2.000 e pi\u00f9 edifici emerge il tempio di Ananda. Costruito nel 1105 d.C. \u00e8 passato pi\u00f9 o meno incolume attraverso varie peripezie: dall&#8217;invasione mongola nel 1287 al terremoto del 1975. \u00c8 il tempio pi\u00f9 grande e meglio conservato del sito. I quattro Buddha di teak massiccio conservati al suo interno sono rivolti verso i punti cardinali. \u00c8 inquietante scoprire che, per uno strano gioco prospettico, i volti delle statue sembrano da lontano atteggiati al sorriso ma man mano che si procede si incupiscono fino ad assumere un&#8217;espressione severa e quasi ostile quando, giunti ai loro piedi, li si osserva dal basso.<br \/> Ad accrescere il senso latente di inquietudine contribuiscono alcuni ragazzi all&#8217;ingresso. Sono in pareo, a dorso nudo. I denti sembrano sanguinare tanto sono rossi a furia di masticare foglie di betel. Ridono con la loro giovent\u00f9 sfrontata cercando di venderci riproduzioni di batik e chincaglierie varie. Sacro e profano. Mito e prosa. Il senso di religiosit\u00e0 profondo e sincero che si percepisce negli atteggiamenti devoti delle persone sfuma e impallidisce accanto all&#8217;oro, ai lustrini e agli specchi di cui \u00e8 letteralmente ricoperto ogni luogo sacro. Accanto agli altari su cui si bruciano incensi votivi ci sono scimmie dispettose che si contendono patatine e sacchetti di plastica. Si entra scalzi e con abiti lunghi fino alle caviglie in luoghi dove bambini dagli sguardi irresistibili e donne sorridenti vendono sigari e foglie di betel.<\/p>\n<h3>Pindaya.<\/h3>\n<p>&#8220;Dopo essere stato in Oriente non hai pi\u00f9 fiducia in nessuno ma credi a tutto&#8221; recita un detto marinaro.<br \/> Ci lasciamo ora alle spalle l&#8217;arsura della pianura per raggiungere Kalaw. \u00c8 una tranquilla cittadina di montagna con numerosi edifici che ricordano il passato coloniale britannico. Lungo la strada dissestata incrociamo solo camion stracolmi di operai sporchi e sorridenti. La fantasia vola a pochi chilometri oltre la nostra meta finale, alla citt\u00e0 di Taunggyi, confine della legalit\u00e0. Questa \u00e8 la porta dell&#8217;impero dell&#8217;oppio, mitica terra del Triangolo d&#8217;Oro. L\u00ec i turisti non vanno. La guida accenna brevemente a trafficanti cinesi, alla malavita tailandese. Nulla di pi\u00f9.<br \/> Da Kalaw si parte alla volta di Pindaya. La cittadina, famosa per le grotte calcaree all&#8217;interno delle quali \u00e8 conservato un misterioso &#8220;esercito&#8221; di 8.000 statue del Buddha, deve il suo nome a una leggenda che ha il sapore dei primi film di Godzilla. Alcune principesse sorprese dal temporale si rifugiarono in queste grotte dove furono catturate e tenute prigioniere da un enorme ragno (pin-gu in birmano). Il fascino della leggenda \u00e8 tutt&#8217;ora tenuto vivo dalle migliaia di statuette dorate ammonticchiate le une contro le altre sullo sfondo viscido della roccia: paiono bambole serafiche e antiche buttate a casaccio in uno sgabuzzino in attesa di essere riesumate e spolverate.<br \/> L&#8217;aria pesante e umida delle caverne \u00e8 ormai solo un ricordo all&#8217;arrivo sul lago Inle. Giunti sulle sue sponde si ha l&#8217;impressione di essere, finalmente, arrivati. Pare che il lungo cammino percorso fino a questo momento non sia stato vano ma si sia esplicitato nell\u2019unico scopo possibile: questo lago etereo. Queste montagne azzurre che si fondono in un cielo dai colori ancora imprecisi all&#8217;alba. Questi pescatori che remano in piedi, dritti, a prua delle loro sottili imbarcazioni manovrando il lungo remo con una gamba. Queste palafitte, povere e dignitose, ai cui balconi sventolano magliette colorate e parei. Questi bimbi magri e sorridenti, tuffati nell&#8217;acqua, attaccati alle corna di scuri e possenti buoi. Questi monaci assorti che lavano le loro tuniche accovacciati sulle sponde.<\/p>\n<h3>Penso al mio viaggio in Myanmar.<\/h3>\n<p>Se nella fantasia collettiva esiste un&#8217;immagine di paradiso orientale, quell&#8217;immagine deve essere proprio questa. E mentre la sottile imbarcazione naviga lungo il canale verso il tramonto penso ai contrasti di questo paradiso. Penso ai bimbi che mi hanno rincorso per avere un pezzetto di sapone. Penso agli ombrellini di gelso e alla ragazza che li confeziona. Penso all&#8217;uomo che si \u00e8 arrampicato a mani nude fino alla sommit\u00e0 di una palma per farmi vedere il succo dei suoi frutti. Penso alle donne al lavoro nei campi di riso e ai loro turbanti. Alle monache vestite di rosa raccolte in preghiera. Penso alle pagode dorate, ai mangiatori di betel, alla sfilata di mille monaci per il pranzo collettivo.<br \/> Penso a quella donna dagli occhi azzurri e dai capelli neri, figlia di chiss\u00e0 quale soldato britannico, che lungo la strada mi ha chiesto dei soldi in perfetto inglese. Penso al mio <a href=\"https:\/\/compagniaditurismoecultura.it\/viaggi-organizzati\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\" title=\"viaggio\">viaggio<\/a> in Myanmar<\/p>\n<p>[\/et_pb_text][\/et_pb_column][\/et_pb_row][\/et_pb_section]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Yangon. Sogno. Un sogno in cui si entra dalla porta di servizio in un viaggio in Birmania. Ospiti stranieri. Rispettosi e timorosi al cospetto di un Oriente poco conosciuto. Yangon. Il solo nome evoca tropici e battaglia. Odore dolciastro di frutta troppo matura mista a polvere e tuniche arancioni. 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